Molti non lo sanno, ma l’Italia è tra i paesi in prima linea nella costruzione dell’Extremely Large Telescope, il più grande telescopio ottico mai realizzato che sta prendendo forma nel deserto cileno. Me ne parlava spesso uno dei miei migliori amici, Nanni Bignami, che è stato presidente sia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica sia dell’Agenzia Spaziale Italiana, e che seguiva con attenzione lo sviluppo di questo strumento quando era ancora in fase di progettazione e avvio. Peccato Nanni non ci sia più per vederlo quasi completato. All’inizio, quando andava il Cile, era sempre emozionatissimo, io all’inizio ne sottovalutavo l’importanza, pensavo “Mah, in Cile…”. In quegli anni il telescopio era soprattutto un’idea ingegneristica e scientifica, un progetto europeo destinato a cambiare la scala dell’osservazione astronomica da terra, a me sembrava fatica sprecata, ingenuamente, rispetto alla potenza dei telescopi spaziali. Oggi quella struttura esiste davvero, peccato non ci sia Nanni per poter vedere come sia quasi ultimato.
Per chi non ne sapesse niente, l’Extremely Large Telescope (ELT), in costruzione sul Cerro Armazones, nel deserto di Atacama in Cile, da parte dell’European Southern Observatory (ESO), l’organizzazione intergovernativa per l’astronomia terrestre che riunisce sedici paesi europei tra cui Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, sarà tra i migliori siti astronomici terrestri del pianeta. Perché in Cile? Perché nel deserto cileno l’aria è estremamente secca, la turbolenza atmosferica minima e le notti limpide superano le trecento all’anno. A oltre 3.000 metri di quota e sotto un’atmosfera stabilizzata dalla corrente fredda del Pacifico, l’Atacama offrirà condizioni di osservazione tra le più stabili della Terra (motivo per cui il Cile ospita già gran parte dei principali osservatori mondiali), in altre parole la visibilità del cielo è tra le migliori del mondo.
Con uno specchio primario di 39,3 metri composto da 798 segmenti esagonali controllati individualmente e una struttura mobile di circa 3.700 tonnellate, l’ELT sarà anche il più grande telescopio ottico mai realizzato. Il sistema ottico complessivo comprende cinque specchi, tra cui uno specchio secondario di 4,2 metri e uno specchio adattivo deformabile di circa 2,4 metri, capace di modificare la propria forma in tempo reale per compensare le distorsioni atmosferiche. Il telescopio utilizzerà un sistema avanzato di ottica adattiva che impiega laser per creare stelle artificiali nell’atmosfera e sensori che misurano continuamente le turbolenze dell’aria, permettendo di deformare lo specchio adattivo migliaia di volte al secondo e ottenere immagini prossime al limite teorico dello strumento.
Ma con Hubble, e James Webb, cosa ha di più un telescopio terrestre? Per gran parte degli ultimi decenni i telescopi considerati più avanzati e decisivi per l’astronomia sono stati quelli collocati nello spazio e il motivo principale è l’atmosfera terrestre, la quale distorce e assorbe la luce proveniente dagli oggetti cosmici, limitando la risoluzione e la sensibilità degli strumenti a terra.
Telescopi come Hubble e, più recentemente, James Webb hanno potuto osservare l’universo senza turbolenze atmosferiche, senza assorbimento e senza fondo luminoso, producendo immagini e dati impossibili da ottenere dal suolo con gli strumenti della generazione precedente. È attraverso questi osservatori spaziali che l’astronomia ha potuto vedere galassie formatesi circa 13 miliardi di anni fa e strutture cosmiche nate poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang.
Tuttavia grazie alla sua enorme superficie di raccolta della luce, l’ELT potrà osservare oggetti molto più deboli e lontani rispetto ai telescopi terrestri attuali della classe degli 8–10 metri. Sarà in grado di studiare direttamente esopianeti e le loro atmosfere, analizzare le prime galassie dell’universo, misurare con precisione la dinamica delle stelle attorno ai buchi neri supermassicci e investigare la composizione chimica di stelle in epoche cosmiche remote. In alcune bande ottiche e infrarosse, la sua risoluzione angolare supererà quella del telescopio spaziale Hubble e sarà complementare alle osservazioni del James Webb Space Telescope.
Fino a oggi, grazie ai telescopi spaziali, abbiamo scoperto più di cinquemila esopianeti, ovvero pianeti che orbitano intorno a altre stelle. Lo diamo quasi per scontato, ma consideriamo che le prove le abbiamo avute solo grazie alla potenza dei telescopi negli ultimi trent’anni, e anche che, per aver ipotizzato “l’esistenza di infiniti mondo”, Giordano Bruno fu bruciato vivo. Nell’era scientifica nessuno ci brucia vivi, però mi brucia l’ultimo messaggio di Nanni Bignami, in Spagna proprio per portare avanti i suoi progetti anche su questo telescopio: “ti chiamo domani”.
Non mi ha mai richiamato perché il giorno dopo morì di un infarto fulminante. Se fosse ancora vivo, il mio amico, tra i più importanti astrofisici italiani, oggi sarebbe in Cile, felice come un bambino nel vedere quasi conclusa l’opera, che giustamente considerava quasi opera sua.