Ci dicono sempre di bere di più perché bisogna essere idratati e portare sempre con noi una bottiglietta e bere un sorso ogni tanto senza aspettare di avere sete e per arrivare a circa due o tre litri al giorno (non di whisky). Giustamente nessuno ha niente da ridire, a parte sulla plastica delle bottigliette. Solo che adesso si sono accorti che anche l’AI beve tanto (sempre acqua).
Più di una dozzina di investitori (tra i quali Trillium Asset Management, società di Boston con 4 miliardi in gestione) stanno facendo pressione su Amazon, Microsoft e Google perché forniscano dati più chiari sull’impatto ambientale dei loro data center negli Stati Uniti, in particolare su consumo di acqua e di elettricità. La pressione arriva dopo che tutte e tre le aziende hanno recentemente rinunciato a progetti di data center da miliardi di dollari anche a causa dell’opposizione delle comunità locali (soprattutto nel Midwest e nel Nord Est negli Stati Uniti).
Mordor Intelligence, per esempio, scrive che nel 2025 i data center del Nord America hanno consumato quasi mille miliardi di litri d’acqua, una quantità paragonata alla domanda annua di New York City e gli investitori chiedono soprattutto dati più dettagliati a livello locale, sostenendo che le informazioni oggi pubblicate dalle grandi aziende sono incomplete o non omogenee.
Anche perché Google non include nei suoi dati alcuni siti gestiti da terzi, Microsoft non pubblica dati sito per sito e Amazon comunica indicatori di efficienza idrica ma non il totale del consumo, mentre Meta, pur non essendo al centro dell’iniziativa degli investitori citata, ha riportato un aumento del 51% del proprio uso d’acqua tra il 2020 e il 2024.
In soldoni: la U.S. Energy Information Administration prevede un nuovo aumento della domanda di elettricità negli Stati Uniti, da 4.195 miliardi di kWh nel 2025 a 4.244 miliardi nel 2026 e 4.381 miliardi nel 2027, una botta mica da ridere, con la crescita attribuita anche all’espansione dei data center legati a AI e criptovalute.
Le contestazioni riguardano soprattutto il timore che queste strutture aumentino la pressione sulla rete elettrica, facciano salire i prezzi dell’energia per i residenti, consumino grandi quantità d’acqua e portino con sé nuove fonti di inquinamento legate anche alle infrastrutture energetiche necessarie per alimentarli. Sull’inquinamento non so, tutto inquina, e a molto di ciò che inquina non vogliamo giustamente rinunciare, e per tutto si deve trovare un modo di inquinare meno senza però prendere posizioni da età della pietra, ma il problema concreto sono le bollette, già care ovunque anche per ragioni geopolitiche.
In Pennsylvania, a febbraio, i commissari della Montour County hanno respinto una richiesta di rezoning per trasformare diverse centinaia di acri in un’area destinata a nuovi datacenter collegati a Talen Energy e pensati per servire Amazon. Lì i residenti si sono opposti perché non vogliono aumenti per qualcosa che non li riguarda (e succederebbe lo stesso anche qui).
In fondo il punto è questo: i costi dell’AI, i suoi enormi consumi, ci riguardano o
meno? Per capirlo bisognerebbe sapere adesso quello che nessuno sa, quanto l’AI migliorerà o peggiorerà il nostro futuro. Per adesso una cosa è certa: come noi, l’intelligenza artificiale per stare bene deve bere, e molto.