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Il rapporto UAP del Pentagono, Obama e gli alieni: facciamo chiarezza

Il rapporto UAP del Pentagono, Obama e gli alieni: facciamo chiarezza

Il nuovo rapporto del Pentagono sugli UAP (Unidentified Aerial Phenomena, “fenomeni aerei non identificati”, in precedenza UFO, Unidentified Flying Objects, “oggetti volanti non identificati”), e cioè gli oggetti o fenomeni osservati nei cieli senza spiegazione immediata, è molto meno eccitante di quanto suggeriscano i titoli. La grande maggioranza degli avvistamenti ha spiegazioni convenzionali: droni, palloni, riflessi, errori dei sensori, fenomeni atmosferici e chi più ne ha più ne metta (anzi no, li hanno già messi tutti). C’è quindi una minoranza non spiegabile, penserà qualcuno. Sì, semplicemente perché non ci sono prove. Anche qui non fraintendete: uno dei tanti svalvolati ubrachi che nel deserto vengono rapiti dagli alieni non sono neppure da prendere in considerazione, strano non succede mai a uno scienziato. Insomma nessuna prova di tecnologie non umane né di veicoli extraterrestri nei cieli terrestri. Tuttavia ogni volta che esce un documento del genere la narrativa pubblica va nella direzione opposta (anche perché i domumenti non se li leggono, spesso se li scrivono). Se il Pentagono studia gli UFO, allora gli UFO esistono, e se esistono allora sono alieni. La ragione di tanta resistenza alla verità sta nei nostri cervelli, nati per credere (cito il titolo di un celebre libro di Giorgio Vallortigara, con Telmo Pievani e Vittorio Girotto, dove Vallortigara non distingue giustamente tra i vari tipo di credenze, i quali spesso di fondono: pensate alle piramidi costruite dagli alieni, o chi ha visto astronavi nei geroglifici).

L’idea stessa di “disco volante” a cui siamo abituati non è altro che una costruzione storica piuttosto recente. Infatti le prime ondate di avvistamenti moderni compaiono alla fine degli anni Quaranta, in coincidenza quasi perfetta con la nascita dell’immaginario fantascientifico visivo del dopoguerra: copertine pulp, cinema di serie B, riviste illustrate, e nel 1938 il famoso scherzo di Orson Welles durante la trasmissione The War of the Worlds, ispirata al romanzo di H. G. Wells (molti avranno visto il film di Spielberg con quel figo di Tom Cruise). Insomma, prima di allora nei cieli si vedevano comete, segni, prodigi, presagi, non oggetti tecnologici extraterrestri, stessa zuppa di neuroni che hanno allucinazioni o vedeno quello che vogliono. Detta altrimenti: è solo quando la cultura umana comincia a pensare la tecnologia come qualcosa che può venire da altri mondi che compaiono veicoli alieni dalla forma industriale, i dischi volanti. Curiosamente, mentre la tecnologia fotografica negli ultimi trent’anni è diventata onnipresente e sempre più precisa e sempre più la ragione per cambiare uno smarthphone (hai visto che foto?), le immagini classiche di dischi volanti sono diminuite fino quasi a scomparire. Nell’epoca delle foto mosse in bianco e nero, sgranate e lontane, gli UFO erano relativamente frequenti; nell’epoca degli smartphone a alta definizione in tasca a miliardi di persone, le immagini convincenti sono diventate rarissime. Un paradosso che molti osservatori hanno notato: la capacità tecnica di documentare il cielo è cresciuta enormemente, la documentazione degli UFO no. Un meccanismo simile si è visto di recente con Barack Obama, quando alcune sue dichiarazioni sono state riprese online come “Obama conferma l’esistenza degli alieni”.

Facendo passare pure Obama per uno scemo. L’ex presidente diceva qualcosa di molto più banale e al tempo stesso molto più profondo: in un universo con centinaia di miliardi di galassie e stelle, è ragionevole pensare che la vita sia emersa anche altrove. Non che gli alieni siano qui, non che ci stia visitando e tantomeno li teniamo nascosti, semplicemente, statisticamente, non siamo l’unica eccezione cosmica, una posizione condivisa da gran parte dell’astrobiologia contemporanea, e non ha nulla a che vedere con i dischi volanti. A proposito, conoscete il vecchio paradosso formulato dal fisico Enrico Fermi: se l’universo è così vasto e potenzialmente ricco di civiltà, dove sono tutti? Il paradosso nasce proprio da questa frizione tra probabilità e osservazione: statisticamente dovrebbero esserci, empiricamente non li troviamo. Eppure pochi anni dopo l’astronomo Frank Drake provò a dare forma quantitativa alla stessa intuizione con una famosissima equazione che stima quante civiltà comunicanti potrebbero esistere nella nostra galassia (solo nella nostra galassia, e ce ne sono miliardi) in base a fattori come la formazione stellare, la presenza di pianeti, la probabilità della vita e la probabilità dell’intelligenza. Non precisamente una legge, un modo per rendere calcolabile l’ipotesi di un cosmo abitato. Aggiungo anche un altro dato: se la formazione della vita, date le giuste condizioni, è comune (altro consiglio di lettura, Dalle stelle alla cellula, edito da Apogeo, del biologo molecolare Francesco Cacciante, ottimo divulgatore anche sui social, lo trovate come @acacciadiscienza), meno lo è lo stato tecnologico (anche se, e qui si torna a Vallortigara, le civiltà aliene vengono sempre immaginate “superiori”, confermando come siano una nuova forma di religione). Altro punto critico, la durata: affinché due civiltà possano comunicare devono non solo esistere entrambe, ma esistere nello stesso momento tecnologico. Noi emettiamo segnali radio da circa un secolo, su trecentomila anni di storia della nostra specie e su quasi quattro miliardi di anni di vita terrestre.

La finestra in cui siamo “visibili” è minuscola. Un’altra civiltà potrebbe aver raggiunto la stessa fase milioni di anni fa (o miliardi), essere scomparsa prima che noi nascessimo, oppure raggiungerla tra milioni di anni, quando noi non ci saremo più (e sui milioni mi sto tenendo largo, non ci saremo più molti prima, senza considerare noi individualmente, un secolo al massimo e nessuno di coloro con cui abbiamo a che fare oggi sarà vivo). Non conta solo la distanza, conta anche la simultaneità. Messe insieme queste idee raccontano la stessa storia che il rapporto sugli UAP ribadisce in modo molto terrestre: molto plausibile che non siamo soli nell’universo, estremamente improbabile che siano qui. La distanza tra queste due frasi è enorme e proprio lì prosperano non come alieni ma nelle strutture del nostro cervello sia l’immaginazione ufologica sia il bisogno umano di compagnia cosmica (quando già non ci sopportiamo tra noi). Non sorprende allora che la maggior parte dei racconti di incontro alieno “non spiegati” (per insufficienza di prove, fossimo in un triibunale, o parafrasando la formula perché il fatto non costituisce reato, solo rottura di scatole), avvenga sempre in condizioni molto umane (solitudine, buio, lontananza, alterazione percettiva, vale a dire qualche bicchiere di troppo, qualche droga, eccetera), e quasi mai in un laboratorio, in un osservatorio, davanti a strumenti di misura. L’universo dovrebbe essere popolato di civiltà avanzatissime che vengono a trovarci eppure a incontrarle sono quasi sempre testimoni molto terrestri e anche abbastanza scemi. Infine, da decenni programmi scientifici come il SETI ascoltano e trasmettono segnali nella speranza di intercettare altre intelligenze. È un progetto razionale, molto scientifico, e al contempo profondamente umano, e a me, tenendo conto di quanto suddetto, ha sempre lasciato perplesso.

Non riusciremo mai a contattare una civiltà intelligente come pensiamo noi, antropomorfizzandola oltretutto, e però mi resta una domanda meno fantascientifica di quanto sembri: siamo sicuri che stiamo mandando messaggi a E.T. e non Alien?

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