Franco Brevini insegna Letteratura italiana all'Università di Bergamo. È un grande esperto di dialetto, a cui ha dedicato In parole povere, un saggio edito da Bollati Boringhieri (pagg. 214, euro 19) in cui esplora "I dialetti italiani tra memoria e futuro".
Professor Brevini, i dialetti vivono ancora, nel XXI secolo?
"Sono finiti come sistemi organici utilizzati da un'intera società ma hanno mantenuto una vitalità stupefacente in questo mondo di omologazione perché offrono una risorsa di identità, soprattutto ai giovani, a cui danno la possibilità di dire la loro appartenenza a un luogo".
Lei parla addirittura di "risorgenza" dei dialetti.
"È così. Pasolini aveva annunciato una catastrofe antropologica, con la fine della cultura popolare e il tramonto della civiltà tradizionale. Nemmeno lui avrebbe potuto prevedere il mondo contemporaneo, in cui il web ha spalancato nuovi spazi di espressività. A Sanremo sentiamo canzoni in dialetto napoletano, con cui gli autori ci dicono: vogliamo raccontare il nostro mondo. I dialetti sono diventati strumenti identitari, di connotazione, che dicono una diversità, un luogo. Sono usati in modo irriverente, mescolati all'inglese, allo spagnolo, allo slang...".
Come risulta questa modalità?
"Molto vera. Perché tutti usiamo una lingua interferita, contaminata profondamente, attraversata perennemente dai codici che compongono la nostra società".
Scrive che i dialetti bucano "la patina dell'uniformità globale". Come quella che l'intelligenza artificiale può alimentare?
"Però con l'Ia possiamo fare di tutto, anche creare impasti di italiano, dialetto, inglese, arabo... Il dialetto può essere gestito anche attraverso l'Ia. Prima esso viveva in nicchie, in realtà chiuse come la famiglia o il villaggio; nel nostro mondo apocalittico e globalizzato, in cui i mondi chiusi sono finiti, significa qualcosa di diverso, è il parlare in modo differente".
La struttura del dialetto incarna anche un modo di pensare e vedere il mondo?
"Certo. Provate a dire ti amo in dialetto... non esiste. Perché è un altro modo di guardare la realtà, antifrastico, ironico, che ha alle spalle la cultura popolare. E piace, perché è come stare in tuta e con le pantofole dopo una giornata passata al lavoro con i tacchi a spillo".
Il segreto del dialetto?
"Proprio l'idiomatico, il locale, che è alla base della sua espressività.
Perciò è usato sui social e nel marketing: dà appartenenza, ci fa sentire figli di una realtà, di una atmosfera. La globalizzazione è grandiosa ma noi abbiamo bisogno di sentire le nostre radici: i dialetti servono a far sentire a casa, in un mondo in cui sembra non ci sia più casa".