"Ogni giorno in ufficio poi, tutte le sere, a teatro"

Manager in una azienda, ha fatto del palcoscenico la sua vita. Fino a raccogliere una collezione unica di libri, copioni e riviste introvabili

"Ogni giorno in ufficio poi, tutte le sere, a teatro"

Dalla ricchezza alla povertà. Dalla dittatura alla democrazia. Dalle strade sterrate ai grattacieli. Dai vertici di un'azienda alle platee dei teatri. In 88 anni, Ambrogio Paolinelli ha attraversato la storia d'Italia dall'anteguerra ai nostri giorni. Ha vissuto tante vite, come i personaggi delle opere teatrali a cui non smette di assistere da quando, ragazzino, di giorno faceva il fattorino, a fine lavoro frequentava le scuole serali e il sabato spendeva le 50 lire delle prime mance per un biglietto di ingresso, magari solo in piedi, come si usava una volta. Milanese doc fin dal nome, Paolinelli è divorato dalla sua passione per il teatro. Un amore viscerale, che ha trasformato in ragione di vita. Dopo una carriera culminata nella stanza dei bottoni di una multinazionale tedesca, Ambrogio è diventato custode della memoria del palcoscenico: uno storico del teatro. Il traguardo lo ha raggiunto da autodidatta ma tanto è bastato per trasformarlo in un'istituzione e un volto amico nella sua Milano, dove ha diretto il Teatro Greco durante la gestione della storica compagnia Quelli di Grock, ormai «una seconda famiglia» per lui.

Modi da gentiluomo d'altri tempi, sensibilità ed empatia senza scadenza, Ambrogio non solo possiede un archivio privato di migliaia di volumi, programmi di sala, copioni e raccolte complete di riviste storiche, ormai introvabili, come Comoedia, Dramma, Scenario, Hystrio, fino al contemporaneo Sipario, con cui collabora regolarmente. Paolinelli è un self-made man che da molti anni le raccolte sul teatro se le produce da solo, autore di una trentina di volumi che passano al setaccio, sintetizzandole e commentandole, le opere e le biografie di drammaturghi come Bertolt Brecht e premi Nobel come Giovanni Verga, che spaziano da Dino Buzzati a Ionesco, da Pasolini a Ibsen e si sono fatte largo allo Iulm, l'Università di Comunicazione e Lingue di Milano, oltre che nelle biblioteche dei comuni di mezza Italia. La sua casa sui Navigli è invasa dai libri, una biblioteca privata diventata uno dei più forniti archivi di teatro in circolazione, un patrimonio che Paolinelli apre a curiosi e appassionati, con il suo garbo da gentleman e la sua innata estroversione. A Milano e non solo, dagli studenti universitari ai cultori della drammaturgia, tutti sanno che «se quel volume non ce l'ha Paolinelli, trovarlo è impossibile». Non è un caso che non ci sia teatro in città che non gli riservi sempre un posto. Gratuito. Per meriti sul campo, dopo una vita segnata dal dolore, dal duro lavoro e dalla passione travolgente per il palcoscenico. Una vita che sembra perfetta per una sceneggiatura, biografia densa e commovente in cui la storia del nostro Paese scorre con la sua, dal dopoguerra ai nostri giorni, e che Paolinelli ha sentito il bisogno di sintetizzare in un volume entrato nella sua collezione e di cui fa dono a chi entra in sintonia con lui, impresa per nulla complicata.

Cominciamo dagli albori. Classe 1932, padre condirettore generale della Montecatini. Una prima infanzia agiata?

«Perfino lussuosa, direi. A cominciare dal bagno in casa, che allora era una rarità. Avevamo anche la radio, il grammofono, il telefono alla parete, la ghiacciaia antesignana del frigorifero e pure l'automobile, una Balilla a tre marce, con l'autista. Sulle pareti la foto del Papa, del Duce e del Re. La domenica si andava in chiesa e si doveva pagare la sedia. A Milano nascevano i primi semafori, i taxi sostituivano le carrozze».

Poi improvvisamente la disgrazia...

«Mio padre muore il 7 dicembre 1940, giorno di Sant'Ambrogio, quando io ho 8 anni. Ed è appena iniziata la Seconda Guerra Mondiale».

La sua vita viene stravolta dal conflitto.

«Comincia una lunga salita. A partire da quel tragico 13 agosto 1943: le bombe su Milano. Noi chiusi nel rifugio di via Terraggio. Chi urlava, chi piangeva, chi pregava. Mia mamma mi abbracciava e per non farmi respirare la polvere delle bombe, mi teneva un fazzoletto sulla bocca, bagnato dalle sue lacrime. Fino a quando una bomba dirompente, di quelle che distruggono tutto, piomba su di noi».

In quanti si salvano?

«Muoiono in 52. Tutti tranne un bambino di 10 anni. Sono io. Urlavo, vomitavo e piangevo. I soldati del settimo reggimento di piazza Sant'Ambrogio sentono il mio pianto ininterrotto e si precipitano a soccorrermi. Nel frattempo ero svenuto. Nel tentativo di accarezzare il volto di mia mamma, mi ero accorto che era gelido e aveva la bocca aperta. Era morta mentre mi stringeva fra le braccia. Ero completamente solo ormai. Avevo perso tutto, la mia famiglia e la mia casa».

Chi si prende cura di lei?

«Mia zia Elvira, la sorella di mia mamma, ma anche lei non aveva più niente. Aveva perso un figlio soldato e la sua salumeria. Insieme andiamo a vivere in un monolocale a Bollate. Un armadio, un comò e una tenda ci separano dai padroni di casa. Un solo gabinetto per tre famiglie. Il pane nero razionato, che oggi non mangerebbero nemmeno i maiali. I geloni per il freddo d'inverno e le mosche che non ti danno pace d'estate. Una vita d'inferno. Ma mia zia mi insegna tre cose fondamentali: essere educato, onesto e premuroso».

Poi il ritorno a Milano?

«In una casa decente, sì. E io comincio a fare il fattorino per un ingegnere. Mi voleva bene e nei ritagli di tempo mi insegnava a scrivere a macchina. Avevo 15 anni e guadagnavo seimila lire al mese. Prima andavo in giro con lo chauffeur che mi apriva lo sportello. Poi a piedi per risparmiare i soldi del biglietto del tram. Intanto facevo le scuole serali, ragioneria».

Quando arriva l'innamoramento per il teatro?

«Tutto comincia nel 1946, all'oratorio di Sant'Ambrogio, dove c'è la filodrammatica e aveva recitato il grande Tino Carraro. L'Italia si prepara alla prima elezione democratica. Ma la prima opera a teatro che ricordo è «Piccola Città» di Thornton Wilder, all'Excelsior, in corso Vittorio Emanuele».

Sempre diviso fra lavoro e passione...

«A 19 anni mi diplomo in ragioneria, ma è solo quando arriva un avanzamento di carriera e un aumento di stipendio che mi dedico con costanza al teatro. Comincio ad andarci sempre più spesso. E non smetto più. Fino a quando arrivano tempi memorabili con Ernesto Calindri, Giulio Stira, Isa Pola, Franco Volpi. Intanto comincio a interessarmi anche alla storia del teatro».

Che tempi erano nel costume e nella società?

«Tutto era peccato. Ma l'oggetto principe del peccato erano le donne».

Si faceva fatica ad avvicinare una ragazza?

«Le ragazze erano schive, riservate, arrossivano per nulla. Nelle sale da ballo, venivano scortate dalle madri e dalle zie, che non si rilassavano un attimo, soprattutto quando arrivava il momento dei lenti. Se le vedevano coinvolte, dicevano che si era fatto tardi ed era arrivato il momento di rincasare. Ma i tempi stavano cambiando più in fretta di quanto anche noi capissimo».

In compenso, c'erano i locali dell'avanspettacolo?

«Ah sì, ricordo l'Alcione Supercinema in piazza Vetra. Lì potevi assistere a un varietà semi-sexy, con sei ballerine non più giovani che mostravano agli spettatori seni e gambe stagionati».

Ma dopo i suoi vent'anni arriva l'amore. Da vero milanese: in vacanza in Liguria.

«Nell'estate del 1959 conosco la donna della mia vita, mia moglie Gianna, che ancora mi sopporta. Non abbiamo figli, ma insieme abbiamo cresciuto sette nipoti e girato il mondo. Gianna è una persona straordinaria. Dopo aver lavorato come contabile per una vita, ora dedica quasi tutto il suo tempo agli altri, con il volontariato. Lei ha sempre compreso e agevolato il mio amore per il teatro».

È stato subito parte della vostra vita?

«I primi anni di matrimonio però di soldi non ce n'erano tanti. È solo quando sono diventato dirigente per una grande azienda, a inizio anni Settanta, e ho cominciato a guadagnare di più, che ho deciso di costruirmi una biblioteca, tutta sul teatro, e ho cominciato a invadere la casa di libri, riviste e copioni».

Da cosa nasce l'amore per il palcoscenico?

«Forse dal bisogno di vedersi vivere nei personaggi, di entrare in un sogno, di vivere avventure irreali».

Che cos'è il teatro per Ambrogio Paolinelli?

«È letteratura, poesia, storia, magia, costume, ma soprattutto vita. Il copione è un grande affresco, una galleria di ritratti parlanti, un paesaggio dove la solitudine dell'uomo si ritrova stupita. Il teatro è grande, così artefatto, così puro».

Può sopravvivere alla concorrenza? Il cinema? Netflix e Discovery?

«Il teatro è eterno, anche se non dura più di una sera. Ma le sue emozioni, le urla, la poesia, la morte rimangono dentro di noi. Questa è la sua grande meraviglia. Sopravviverà».

Anche al Covid? Finalmente si riapre.

«Il virus ha creato un grande vuoto intorno a noi. Tornare a teatro, con i posti limitati, è un'esperienza diversa. Ma è una boccata d'ossigeno. In questi mesi mi sono sentito due volte più solo. E con me credo tanti altri spettatori».

Quando ha capito che avrebbe potuto abbandonarsi veramente alla sua passione?

«Quando ho smesso di lavorare. Prima, da impiegato, nel '58, sono diventato capo contabile, col compito di redigere anche bilanci. A inizio anni Settanta sono stato promosso funzionario della Hoechst di Francoforte, filiale di Milano. Nel '90, dopo 43 anni di lavoro, sono andato in pensione. Ho capito che potevo vivere dignitosamente e dedicarmi completamente alla storia del teatro».

A quanti spettacoli teatrali ha assistito?

«Una media di tre-quattro a settimana da quando sono in pensione. Con tutti gli anni che ho alle spalle, in tutto sono decine di migliaia».

Va da solo o in compagnia?

«Dipende. Mia moglie mi raccomanda sempre: non portarmi a guardare stupidaggini. Io vedo di tutto. E quello che mi piace lo vedo pure più di una volta. Anche perché ormai da molti anni non pago più il biglietto».

È vero che per lei c'è sempre un posto?

«Sì, non c'è teatro milanese che non me ne riservi uno».

Cosa ama della sua città?

«L'ho vista trasformarsi, dalle lavandaie sui Navigli ai grattacieli di CityLife. È una città operosa, sempre in movimento, mai stanca e sempre pronta ad aiutare tutti. Ha ospitato migliaia di persone che si sono integrate e hanno aiutato a ricostruirla dopo i disastri della guerra».

Qual è l'opera teatrale che rappresenta meglio la sua Milano?

«In Portineria, di Giovanni Verga, messo in scena per la prima volta al Manzoni, 1885. La portineria è un luogo mitico e denso di mille storie».

La sua opera preferita?

«L'Opera da tre soldi, di Bertolt Brecht. L'ho vista tutte le volte che ho potuto al Piccolo di Giorgio Strehler, che fu il primo ad allestirla in Italia, nel 1956».

Che cosa le ha lasciato di più grande il teatro?

«Ha dato un senso alla mia vita. E ancora di più alla mia vecchiaia. È stato la medicina per arrivare ai miei 88 anni».

Perché ha deciso di scrivere un'autobiografia?

«Perché per dirla alla Samuel Beckett sono al Finale di partita. Tanti anni sono passati e ho sentito il bisogno di scavare nel patrimonio della mia memoria, riscoprire la mia vita passata. Gioie, dolori, emozioni e fatti, alcuni paradossali, di un mondo che non esiste più. Sono pagine che servono a me stesso, per riflettere, sorridere e commuovermi. Sono un testimone del cambiamento: dalla radio a galena a Internet, dalla dittatura alla democrazia. Ho vissuto l'agiatezza prima, la povertà poi, la guerra e la pace. Sarà come un film che rivedrò a occhi chiusi».

Come si definirebbe, oltre che un appassionato di

teatro?

«Un uomo all'antica. Faccio fatica a inserirmi nel mondo virtuale di oggi. Ho vergogna a dirlo, ma faccio ancora la raccolta di francobolli. Mi piace regalare le rose e mi commuovo quando vedo una scena d'amore».

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