Ok del governo francese al divieto di burqa Bocciato il test del dna per i ricongiungimenti

No alle donne coperte dal burqa nei luoghi pubblici di Francia, no anche ai test del Dna per i familiari degli immigrati che chiedono il ricongiungimento. Il ministro per l’Immigrazione francese Eric Besson mostra di avere le idee chiare su due temi scottanti Oltralpe. Da una parte dà il suo appoggio a una legge anti-burqa sulla quale, quando il dibattito era ancora fresco, il ministro si era dimostrato titubante. Dall’altra, costringe il governo a fare marcia indietro su una direttiva, a sua volta controversa, quella del test dei Dna, che in realtà era già stata votata nell’ambito della legge sull’immigrazione del 2007.
Besson cambia dunque idea sul burqa e a radio Europe 1 espone la sua posizione, prima di essere ascoltato, fra qualche giorno, dalla commissione parlamentare che da qualche mese si occupa del controverso dossier. Per Besson, il burqa è «insopportabile», è «contrario all’identità nazionale, ai principi della Repubblica» ed in particolare all’«uguaglianza uomo-donna». La posizione di Besson, ex socialista poi entrato nel governo di destra di Nicolas Sarkozy, sembra già aprire le porte ad una legge che riguarderà circa 2.000 donne musulmane in Francia e che ha già sollevato l’offensiva delle femministe.
Sul tema il ministro per l’Immigrazione si allinea dunque alla posizione ufficiale assunta dal presidente Sarkozy che nel mese di giugno, in una speciale sessione a Camere riunite nella reggia di Versailles, aveva sparato ad alzo zero dichiarando il suo appoggio al progetto di legge depositato in Parlamento. Il burqa, aveva detto, è «un segno di avvilimento, non è il benvenuto sul territorio francese». Si tratta di un simbolo «di asservimento», aveva aggiunto il capo dell'Eliseo. «Non è un problema religioso ma un problema di libertà. Il Parlamento si è fatto carico della questione, è la strada migliore. Bisogna che tutte le opinioni siano espresse».
Oggi, però, un’altra polemica coinvolge il ministro Besson: ovvero il suo rifiuto di firmare una direttiva già approvata due anni fa dal suo predecessore Brice Hortefeux, cioè quella di fare le analisi del Dna alle famiglie degli immigrati prima del loro arrivo sul suolo francese (in particolare da alcuni Stati africani e asiatici).
«Non sono in grado, nei tempi che sono stati imposti, di rispettare né lo spirito né la lettera della legge», ha spiegato il ministro. Difficoltà incontrate dai consolati francesi dei Paesi in questione rallenterebbero l’applicazione della legge. E poi, ha aggiunto, c’è anche che «la palpabile emozione, che tale norma ha provocato, ha nuociuto all’immagine della Francia». Questo «no» del ministro, senza una consultazione con il Parlamento, ha messo «sotto shock» il partito di Sarkozy, l’Ump, che invece reclama l’applicazione del dispositivo, in quanto «obbligo» del governo. Sono soddisfatte invece le associazioni di difesa degli immigrati che vedono nel gesto di Besson l’emergere del «coraggio» dell’ex socialista «capace di andare fino in fondo».
D’accordo con Besson si trova il premier Fillon, che conferma: il testo non potrà essere applicato fino a quando non saranno assicurate determinate «garanzie» alle persone. Ecco perché la legge sarà ridiscussa con il Parlamento. Un rinvio solo di natura pratica e non etica, critica il Partito socialista.