È ora di dare le armi (e non solo) ai nostri soldati

I mezzi, le armi, gli uomini, l'addestramento per consentire al nostro contingente in Afghanistan di svolgere una azione più efficace sono in larga misura già disponibili. Solo che, invece di andare a Kabul e dintorni rimangono in Italia o, quando raggiungono l’Afghanistan, sono soggetti a troppi vincoli. Politici. Non tecnici.
L'aspetto più evidente è rappresentato dall’ampiezza del mandato, dal quale poi discendono le regole di ingaggio. Basta leggere l’incarico affidato alla missione Nato Isaf, con tanto di legittimazione Onu, per capire che quella in corso è una missione di guerra (peace enforcing in gergo tecnico). Se i nostri generali potessero seguirlo alla lettera agirebbero esattamente come i loro colleghi inglesi, canadesi, olandesi, statunitensi. Cioè braccherebbero ed eliminerebbero i guerriglieri per proteggere davvero la popolazione e consentire la ricostruzione, che può aver luogo solo se prima si creano condizioni di sicurezza.
Ma ai nostri soldati è consentito solo reagire a una minaccia. Per contrastare Talebani e affini i nostri soldati ricorrono all'escamotage di «accompagnare» i reparti dell'esercito afgano, i quali da soli nemmeno si sognerebbero di andare a «disturbare» i guerriglieri nei loro santuari. Ma si potrebbe fare meglio e di più. Ad esempio, mandando nelle aree più calde qualche blindo Centauro, se non anche i carri Ariete. Questi mezzi sono armati rispettivamente con cannoni da 105 e 120 millimetri che darebbero alle unità la potenza di fuoco per risolvere velocemente in nostro favore scontri come quelli che si sono verificati questa estate. Senza dover battagliare a lungo in attesa che intervengano i nostri elicotteri da combattimento Mangusta o gli aerei alleati. Perché oggi l'arma più potente di cui dispongono i nostri è una mitragliera da 25 millimetri montata sui pochi corazzati Dardo. Un po' poco.
Ancora: si potrebbe mandare un po' di artiglieria, in aggiunta ai mortai da 120 mm. Ad esempio i semoventi da 155 millimetri. Questi mezzi, piazzati su alture lungo i percorsi usati da convogli e pattuglie, possono fornire supporto di fuoco in tempi brevissimi, di giorno e di notte. Le truppe nei guai trasmettono le coordinate dei bersagli e nel giro di minuti arrivano le granate. Un solo semovente «copre» 60 chilometri. Gli olandesi hanno ottenuto ottimi risultati con questo sistema. E i guerriglieri ci pensano due volte prima di attaccare i loro convogli.
Ancora: non è certo un problema per l'Italia mantenere in Afghanistan una presenza come quella attuale, anzi, se il contingente in Kosovo ed eventualmente anche quello in Libano si andranno a contrarre, come probabile, si potrebbe accrescere quello in Afghanistan. Come gli alleati, Nato e Usa ci chiederanno a breve. Un altro settore dove si può fare di più è quello aereo: gli elicotteri sono già numerosi e le nostre forze armate non hanno i problemi di britannici e americani. Quanto ai velivoli senza pilota, stanno aumentando i Predator. Però è assurdo che i Predator americani montino missili e i nostri no. Mentre è abbastanza ironico che i Pakistani abbiano impiegato con successo contro i Talebani i velivoli senza pilota Falco fabbricati in Italia... sistemi che il nostro esercito invece non possiede.
Soprattutto l'Italia non ha aerei da combattimento a fornire appoggio al suo contingente. Così quando ci sono guai seri bisogna chiedere aiuto agli alleati. Abbiamo 2 Tornado a Mazar I Sharif, ma per ora possono solo operare come ricognitori. Il parlamento non ha deciso se autorizzare l'impiego di questi cacciabombardieri nel supporto tattico ravvicinato. Al massimo si parla (per ora) di consentire mitragliamenti con i cannoncini. Una scelta ridicola. Dovrebbe essere la situazione sul terreno a dettare quale arma impiegare, non la dialettica parlamentare. Per non parlare dei 10 cacciabombardieri Amx, con 34 piloti, che in agosto si sono preparati con gli americani a operare e combattere in Afghanistan. Perché non inviarli? Possibilmente subito.