"Ora la sfida è tra il modello svedese e quello tedesco"

Il sociologo dell'Università di Bologna: "A Stoccolma già 7.500 condanne per i clienti di prostitute. In Germania con la legalizzazione boom dei bordelli"

A 82 anni suonati Marzio Barbagli ha i toni e il piglio di chi ha ancora molto da fare. Racconta delle ricerche per il suo libro, Comprare piacere: ricchissimo di riferimenti archivistici e letterari il testo si legge con una facilità sorprendente. «Ho iniziato a occuparmene nel 2010. Ci ho messo 10 anni, sia pure con un paio di interruzioni per scrivere altri libri».

La tesi di fondo sembra perfino contro-intuitiva: la prostituzione è in fase di «declino secolare». Eppure adesso il sesso si compra anche su Internet e i viali delle città sono pieni di «signorine»...

«Non bisogna farsi ingannare dagli errori di prospettiva, da quello che colpisce di più. Misurare un fenomeno di questo tipo è sempre stato difficile. Anche in questo caso la storia insegna e in un capitolo del libro affronto il tema delle statistiche sballate. Un esempio: nel Cinquecento a Venezia i cronisti dell'epoca parlano di quasi 12mila meretrici. Ma gli abitanti erano 100mila. Vorrebbe dire che tra le donne di più di 13 anni le prostitute sarebbero state quasi il 30%. Sembra poco credibile. In realtà anche adesso bisogna fidarsi solo di ricerche serie condotte con metodi scientifici. E queste ricerche dicono una cosa».

E cioè?

«Appunto, che il fenomeno è in costante diminuzione dalla fine dell'Ottocento. Il calo ha avuto delle oscillazioni, come quelle che si sono verificate in corrispondenza delle due guerre mondiali. Ma la tendenza strutturale è quella. Ancora nell'Ottocento il mercato del sesso godeva di una legittimazione che oggi sarebbe non solo impossibile ma impensabile. Artisti come Flaubert o Toulouse Lautrec non solo ritraggono e dipingono quel mondo. Ma lo vivono dall'interno».

Per gestire il fenomeno ci sono oggi due modelli divergenti: quello avviato dalla Svezia una ventina d'anni fa e quello tedesco.

«Il modello svedese è stato seguito dai Paesi scandinavi e poi, molto più di recente, ed è un novità importante, dalla Francia. Come dice lei si basano su presupposti diversi».

Vale a dire?

«In Germania il principio è quello delle sex workers, e il concetto è legato a un'idea di femminismo liberale. La lavoratrice del sesso entra liberamente in un rapporto contrattuale col cliente. Bisogna eliminare lo stigma che pesa sulla professione, ponendo delle regole e facendone, in tendenza, un lavoro come altri. Il presupposto svedese è esattamente contrario e si basa su un femminismo che possiamo definire radicale».

Che cosa intende?

«Per le femministe radicali la prostituta non vende solo servizi sessuali, ma il proprio corpo e la propria identità, costretta da diseguaglianze di potere e di reddito. Questa sottomissione offende di per se la dignità umana. E da questa concezione discende un'importante conseguenza».

Quale?

«In Svezia già dal 1999 il cliente di una prostituta viene punito. Oggi la pena va da un multa a un anno di carcere. In vent'anni 7.500 uomini sono stati condannati per questo reato».

E quale dei due sistemi sembra funzionare meglio?

«Ognuno dei Paesi interessati difende la propria scelta. Ma i risultati non sono così chiari. In Svezia c'è stato un boom dei servizi online, anche se non sappiamo fino a che punto legato alla criminalizzazione. In più il rapporto prostituta-cliente è entrato in un'area grigia di illegalità. Quanto alla Germania i bordelli si sono moltiplicati e quello delle sex workers non è diventato un lavoro come gli altri. Non basta una legge a far scomparire lo stigma».

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