Ora Teheran ammette: "Torturiamo i dissidenti"

Arrestato il direttore della prigione di Kahrizak, dove sono morti tre dei manifestanti detenuti Intanto pasdaran e deputati chiedono di processare il riformista Moussavi e l’ex presidente Khatami

Ora Teheran ammette: 
"Torturiamo i dissidenti"

Teheran - Prima o poi sarebbe accaduto. Hanno iniziato con l’uccisione dei manifestanti anti-regime e l’arresto di cittadini stranieri accusati di spionaggio. Poi i processi farsa, lo show delle confessioni estorte e il giro di vite sui media ostili. L’epilogo più prevedibile della campagna di repressione messa in atto dai mullah iraniani non potrebbe essere altro che processare e condannare i «veri istigatori» delle rivolte di piazza post-elettorali: l’ex candidato riformista Mir Hossein Moussavi, il suo principale sponsor l’ex presidente Mohammad Khatami e l’altro sfidante di Ahmadinejad alle elezioni del 12 giugno, Mehdi Karroubi.

«Devono essere giudicati e puniti», chiedono a gran voce il famigerato corpo delle Guardie della rivoluzione (pasdaran) e i deputati conservatori. «Se Moussavi, Karroubi e Khatami sono i principali sospettati di aver ispirato la “rivoluzione di velluto” in Iran, e lo sono, ci aspettiamo che la giustizia li arresti, giudichi e punisca», ha detto Yadollah Javani, alto responsabile dei pasdaran. Secondo l’emittente iraniana Press Tv, che cita Mohammad Karami-Radm, della Commissione sicurezza, i membri del Majlis (Parlamento) consegneranno «la denuncia alla magistratura, così che possa essere avviato un procedimento giudiziario e i responsabili della rivolta portati di fronte alla giustizia».

Tutto come da copione. Già ai primi di luglio Massud Rajavi, leader del movimento della Resistenza iraniana, aveva avvertito che la Guida Suprema Alì Khamenei era intenzionato a far scattare una vera e propria campagna di diffamazione contro Moussavi con la possibilità di arrivare all'arresto e al processo per «tradimento» e «istigazione al disordine contro la Repubblica islamica». In un incontro del mese scorso con i responsabili della milizia di volontari basiji, il presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva anticipato, riferendosi ai leader delle proteste: «Aspettiamo che passi il mio insediamento e poi attacchiamo le loro teste al soffitto».

«Quando un regime arriva al punto di minacciare in questo modo i suoi oppositori interni, che in passato erano anche i suoi pilastri - commenta l’analista politico Davood Karimi - vuol dire che ci si avvia verso uno scontro mortale». Ne è prova anche il fatto che lo stesso Moussavi - da sempre contrario a sovvertire lo status quo in Iran - ha iniziato a usare toni più duri. In un recente comunicato pubblicato sul suo sito ha addirittura usato un versetto del Corano per avvertire i vertici del potere: «Quando arriverà la loro fine nulla potrà mai intervenire per salvarli». E ieri sera Karroubi ha chiesto che si indaghi su presunti stupri contro manifestanti incarcerate.
Nulla è scontato in questo momento. Tutto può accadere. Forse è solo questione di tempo e anche Moussavi comparirà davanti ai giudici del tribunale della Rivoluzione. Lui, come i tre cittadini Usa nelle mani delle autorità iraniane. Ieri Teheran ha riconosciuto di aver preso in custodia i tre giovani, fermati una settimana fa: Shane Bauer, giornalista freelance del Minnesota, la sua fidanzata Sarah Shourd e Joshua Fattal della Pennsylvania. Per Washington sono escursionisti inavvertitamente entrati in Iran dall’Irak in una zona in cui il confine non è segnalato. Per gli iraniani si tratta di potenziali «spie». Il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jim Jones dice di aver inviato «messaggi forti» a Teheran per la liberazione dei tre. Come la Francia, che continua a fare pressing diplomatico per ottenere la scarcerazione immediata della ricercatrice 24enne Clotilde Reiss, da più di un mese detenuta nel carcere di Evin e «rea confessa» al maxi processo di Teheran.

E inaspettate ammissioni di colpa arrivano anche dal regime. Ieri è stato arrestato il responsabile della prigione di Kahrizak, chiusa il 28 luglio su ordine di Khamenei per «insufficiente rispetto dei diritti degli accusati». Il capo della polizia Ismail Ahmadi Moqadam ha ammesso che «molti reclusi sono stati torturati». Tra le vittime, anche Mohsen Ruholamini, figlio del principale consigliere di Mohsen Rezaie, ex leader dei pasdaran. Ma nessuna illusione: a Kahrizak gli emissari del regime sono già all’opera per cancellare ogni traccia. In vista di una possibile ispezione Onu. Come in passato, quando i delegati delle Nazioni Unite, dopo aver visitato la famigerata Evin, raccontavano: dappertutto c’è un forte odore di vernice fresca.

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