Gli ostacoli alla riforma dell’acqua ci costano dieci miliardi l’anno

Privatizzare l’acqua, rendendola pubblica, significa sbloccare oltre 10 miliardi di euro l’anno, oggi «fermi» e che invece sarebbero investiti nelle infrastrutture. Un volano che vale quasi un punto di Pil e migliaia di posti di lavoro. È questo il sogno che coltiva il decreto legge Ronchi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici. Che tale resta per la resistenza dell’oligarchia che oggi governa il sistema idrico, anche se fa acqua da tutte le parti.
Cosa manca? Un semplice principio: l’obbligatorietà della separazione tra le reti, da affidare a una società pubblica, trasparente e blindata, (altro che privatizzazione...) e la gestione del servizio, questo sì da affidare ai privati ma attraverso una regolare gara d’appalto aperta a più settori (call center, piccole e grandi riparazioni, allacci eccetera). Il principio, promosso dalla Regione Lombardia, è stato cancellato a dicembre 2009 da una sentenza della Corte costituzionale ispirata da un ricorso del governo Prodi, comunque portato avanti dall’attuale maggioranza. Tocca allo Stato, ha detto la Consulta, stabilire questo principio dell’obbligatorietà, non alle Regioni. «Il nostro sistema - spiega al Giornale l’assessore lombardo Davide Boni - avrebbe anche evitato il rischio della “colonizzazione” del sistema idrico da parte delle società straniere come Gdf-Suez (azionista Acea al 9,9%)».
Il governo, con il dl Ronchi, ha scelto una strada diversa, nonostante le resistenze di buona parte di Pdl e soprattutto della Lega: niente separazione e niente gara, ma la prosecuzione dell’attuale status quo che fino a oggi ha prodotto sperequazioni da città a città, un’acqua costosa (238 euro l’anno il costo medio a utente secondo uno studio Kpmg) e un furibondo risiko finanziario tra le ex municipalizzate rosse.
Ma quale sarebbe stato il vantaggio di questo sistema? Oggi che la rete ha bisogno subito di interventi di ristrutturazione, visto che siamo a un passo dal collasso, nessuna banca «presta» i soldi ai singoli Comuni perché la bolletta (unica fonte di reddito delle municipalizzate) non è sufficiente a garantire un reddito «bancabile» e perché la proprietà di tutti gli acquedotti di un ambito territoriale è polverizzata tra tutti i Comuni che vi ricadono. Ma intanto i Comuni, attraverso le società che gestiscono il servizio e controllano la rete, prelevano dalle tasche dei cittadini una sostanziosa quota della bolletta per coprire le inefficenze della gestione e una piccolissima parte dedicata agli «investimenti», che però sono largamente insufficienti a colmare le falle del sistema. Una società pubblica con migliaia di km di acquedotti, anziché poche centinaia, offre maggiori garanzie patrimoniali e di conseguenza l’accesso al credito è molto più convincente. Lo ha sperimentato, seppur per pochi mesi, la provincia di Varese guidata dal leghista Dario Galli, che ha lavorato un anno per convincere tutti i Comuni della bontà dell’idea.
E allora basta fare due conti della serva. Se moltiplichiamo i 238 euro di costo medio a utente per 18 milioni di famiglie si arriva a 5,5 miliardi di fatturato potenziale del servizio idrico. Senza quote per investimenti. Ma per ristrutturare le reti idriche, secondo il rapporto Kpmg, servono almeno 55 miliardi di investimenti. Arrivare a questa cifra vorrebbe dire praticamente raddoppiare i costi a utente (è la minaccia di chi si oppone al sistema) per i prossimi dieci anni.
Prendiamo però in esame il costo più basso per utente a parità di efficienza, che è di 153 euro (l’Ato di Roma). Se al posto del soggetto pubblico ci fosse un sistema competitivo di imprese la gestione sarebbe in media, al netto dell’utile d’impresa, del 20% più bassa. Anche calcolando la quota del mutuo a 50 anni (interessi più ammortamento) che prima non era calcolata e che andrebbe restituita alle banche, molto più ben disposte a finanziare un soggetto pubblico proprietario delle reti rispetto al caos di oggi, si arriva a un prezzo medio di circa 230 euro: più basso di quello attuale di circa 8 euro a utente, comprensivi degli investimenti oggi pari a zero. Se in cinque anni il sistema entrasse a regime, verrebbero sbloccati quasi 11 miliardi di euro ogni anno che darebbero lavoro a migliaia di imprese. Più o meno i vantaggi di cinque scudi fiscali. Chissà se il ministro Tremonti lo sa...
felice.manti@ilgiornale.it
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