Ottone e Scalfari nuovi cantori del Ventennio

Ottone e Scalfari nuovi cantori del Ventennio

Francesco Damato

Piero Ottone, sotto la cui direzione negli anni Settanta il Corsera praticò una certa indulgenza per le peggiori pulsioni di sinistra perdendo quella che fu felicemente definita «l'argenteria» montanelliana, ha confessato qualche giorno fa sulla Repubblica di sentirsi curiosamente attratto dalle sue origini. Che non sono di sinistra, ma di destra. E non di una destra liberale, della quale lunedì ha giustamente tessuto qui le lodi l'amico Egidio Sterpa, ma di una destra mussoliniana, archiviata da qualche tempo anche in quella che fu il Movimento sociale ed ora è Alleanza nazionale.
Pur senza «tornare - ha scritto Ottone - all'ammirazione dei miei verdi anni, quando ero balilla», l'ex direttore del Corriere della Sera ha confessato l'emozione procuratagli «di recente» da una trasmissione televisiva che gli aveva restituito le immagini di Mussolini all'inaugurazione di Aprilia. Egli si è compiaciuto rivedendo il duce con quel suo «passo elastico», con quella sua «aria di un uomo felice». «E poteva ben esserlo», ha aggiunto il nostro ricordando «la bella impresa» di «creare comuni là dove c'erano prima le paludi» pontine. Gli è piaciuto inoltre rivedere «la consueta disinvoltura» di Mussolini nel «dialogo con la folla» e nella rivendicazione delle «promesse mantenute».
Visto che c'era, ispirato da quelle immagini, Ottone ha evocato del duce «gli articoli di giornale, i discorsi, che nella forma - ha assicurato con l'aria dell'intenditore - non erano niente male, con quelle frasi nitide, incisive». Egli si è sentito così preso dai suoi ricordi da rimanerne ad un certo punto turbato, chiedendosi perché mai avvertisse un certo rimpianto. Debbono essere state ore difficili, o notti insonni, finché il nostro non è riuscito in qualche modo a rasserenarsi scoprendo l'arcano. Che naturalmente ha un nome e cognome: Silvio Berlusconi. È stato il «confronto» per qualche tempo inconscio con il presidente del Consiglio in carica a far pendere la bilancia di Ottone a favore di Mussolini. In parole molto povere, meglio Mussolini che Berlusconi.
Non sto forzando, credetemi, la rappresentazione di questo allucinante commento che «il motore dell'opposizione», come Fedele Confalonieri usa definire la Repubblica di carta fondata da Eugenio Scalfari, un altro ex balilla di peso, ha pubblicato titolandolo «L'eredità del Cavaliere». Sentite, anzi leggete che cosa ad un certo punto vi è scritto: «Nel ventennio l'Italia si industrializzava. L'Iri, nei primi anni, era una cosa seria. La bonifica delle paludi fu un'opera meritoria. E i treni, se non altro, erano puntuali. Che cosa lascia Berlusconi dietro di sé dopo il decennio dedicato alla politica? Un'economia in crisi, un'Italia disprezzata, e lo sfacelo morale: nient'altro». E per chiudere una celebre, quasi fulminante citazione: «La storia si ripete. La prima volta è tragedia, la seconda è farsa».
Se questo rimarrà il livello della polemica, come tutto lascia ritenere, visto che l'antiberlusconismo farneticante continua ad essere l'unico collante di un'opposizione divisa su tutti i reali problemi del paese, come dimostrano le polemiche che la stanno dilaniando sui rapporti fra politica e affari, bancari o di altro tipo, il presidente del Consiglio potrà scommettere sul recupero rispetto alle elezioni regionali e quindi sulla sua vittoria nelle politiche dell'anno prossimo. Lo potrà fare, per quante difficoltà gli creino continuamente certi alleati volendone pure loro il pensionamento o la sconfitta.

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