«Paghiamo il debito pubblico con i beni della mafia»: proposta-choc a Tremonti

Un documento presentato da Giorgio Ruffolo ed Elio Veltri fa le «pulci» al'economia criminale e lancia l'assalto dell'enorme ricchezza «sommersa» del Paese. Presto un intergruppo parlamentare sarà promosso da Fabio Granata (Pdl). In ballo 1000 miliardi di euro «inutilizzati»

Soldi non ce ne sono più.Non può fare miracoli il governo di destra, non ne farebbe uno di sinistra (il miracolo semmai sarebbe tornare al potere).
Eppure un mezzo per rimpinguare le casse dell'Erario allo stremo esiste, e si deve alla testardaggine calabrese dell'ex deputato Elio Veltri la volontà di segnalarlo all'opinione pubblica. La conclusione del ragionamento è semplice, anche se il tema è tra i più complessi: si tratta di procedere in tempi brevi alla confisca dei beni sequestrati alla mafia.
Impossibile? I beni consolidati di quella che è ormai la prima azienda italiana per fatturato e utile netto vengono stimati in mille miliardi di euro. La loro confisca totale, tanto per cominciare, risolverebbe il problema del debito pubblico. Se non fosse,però, che i sequestri - per stessa ammissione del Procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso - vanno a rilento: costituiscono il dieci per cento dei patrimoni mafiosi. Di questi, solo metà arriva a confisca da parte dello Stato, cioé il 5 per cento. E di questo 5 per cento, i tre quarti non vengono neppure utilizzati o messi in vendita. Anzi, vige il falso presupposto che vendendoli la mafia li ricomprerebbe, mentre è facile intuire che una seria legge con severi controlli basterebbe a dissuadere qualsiasi famiglia mafiosa a riprovarci.
«È evidente che il meccanismo che regola il sequestro e la confisca non funziona - lamenta Veltri -, basti pensare che tra il sequestro e la confisca passano dieci anni, il tempo necessario perché i mafiosi riescano a farli sparire». I dati forniti dal Viminale e dal ministro Guardasigilli non sembrano dare il giusto rilievo alle lentezze e allo spreco di risorse che ne deriva. Il procuratore Anti-mafia ne sembra, invece, ben conscio, se ha dichiarato che «nella più gran parte degli uffici giudiziari e di polizia italiani non è dato rilevare alcuna applicazione delle misure preventive patrimoniali del sequestro e, sopratutto, della successiva confisca». Grasso conferma che «da tempo il mio ufficio segnala che le indagini patrimoniali a fini di sequestro e confisca degli enormi profitti del narcotraffico hanno uno sviluppo limitato connesso alla perdurante riluttanza degli apparati giudiziari e di polizia ad investire le risorse disponibili in attività tanto onerose e ardue, quanto essenziali alla tenuta di ogni ambizione di effettività dell'azione di contrasto...». E invece, sottolinea ancora Veltri, «la mafia si combatte anzitutto togliendogli soldi e beni».
Di sicuro, con le leggi vigenti, c'è un problema di sfiducia da parte delle forze dell'ordine e degli uffici giudiziari. Anche perché le indagini patrimoniali sono assai complesse e addentrarsi nei labirinti finanziari può significare davvero camminare su carboni ardenti. Gli intrecci sono infiniti, la tecnologia informatica un insperato aiuto per le organizzazioni criminali, le connivenze ampie e pericolose (e non solo nei «paradisi fiscali», primo fra tutti il Vaticano). Ma non è certo un caso che George Bush junior, prima di lasciare la Casa Bianca, inserì la 'ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni «canaglia» istituita con il Kingpin Act del 1999. E che una ricerca condotta dal senatore John Kerry con l'Università di Pittsburg, diventata poi un rapporto al Congresso Usa (nonché un libro di successo) individua nelle cinque mafie più potenti del mondo la terza potenza economica mondiale, capace di stravolgere le regole del mercato, di condizionare pesantemente l'economia legale e la democrazia, di attaccare finanziariamente uno Stato portandolo alla bancarotta.
La mafia è il nemico pubblico numero uno. A poco vale sottovalutarla, o ridurla a fenomeno regionale, come spesso si tende a fare in Italia. Dove, assieme allo sterminato comparto dell'economia sommersa, quella d'origine criminale raggiunge i 400-500 miliardi di fatturato annuo (fonte: Sole 24 Ore), dei quali circa 170-180 miliardi riguardano l'economia mafiosa. Il solo «ramo commerciale» dell'azienda- mafia ha ampiamente superato il fatturato di 92 miliardi l'anno. Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: 250 milioni di euro il giorno, 10 milioni l'ora, 160mila il minuto. In un periodo di crisi, è evidente come sia questa la prima delle minacce per la struttura imprenditoriale italiana. E non certo soltanto al Sud, visto che la capitale dei traffici finanziari della mafia è Milano (si ricorderà quanto annotò Giovanni Falcone: «La mafia s'è quotata in borsa...»). Fortissima è la penetrazione ovunque, e a Modena il procuratore della Repubblica, Vito Zincani, non ha esitato a dichiarare pubblicamente ai suoi concittadini: «Se per magia avessi il potere di sradicare il crimine dalla città, mi caccereste perché l'avrei rovinata...». A Modena sono 600 le aziende in odore di mafia.
Fatto è che il confine tra l'economia mafiosa e quella legale sta diventando sempre più impalpabile. Del tutto assente, se ci si trasferisce nella sterminata prateria dell'economia sommersa, vero brodo di coltura delle attività illecite. Si tratta di un «giacimento» di risorse economiche che l'Istat nel 2006 valutava per l'Italia intorno al 17 per cento del Pil e il Fondo Monetario internazionale ancora di più: fino al 26,2 per cento del Pil. Un valore pari a circa 110 miliardi di euro di evasione fiscale più 50mila di quella contributiva (oltre 300 miliardi in totale, secondo altre stime): da cinque a dodici volte la manovra varata da Tremonti. Semmai si riuscisse ad attingere a questo patrimonio di economia che sfugge al controllo e alla rilevazione della Pubblica amministrazione, sarebbero già ben risolti molti dei problemi del Tesoro, nonché quelli che presto attanaglieranno Regioni, Province e Comuni.
Non è perciò una provocazione, quella lanciata dal gruppo di lavoro animato da Veltri, con l'autorevole collaborazione del professor Giorgio Ruffolo, dell'economista Franco Archibugi e dell'avvocato Alessandro Masneri. A loro si deve per ora un documento dalla ricca bibliografia che mette in fila i dati del fenomeno, così da farne emergere l'inquietante misura, tale da far tremare i polsi. «È la questione delle questioni», dicono i promotori, confortati dalla presenza di due politici che promettono una comune battaglia parlamentare per far entrare il tema, al più presto, nell'agenda politica. Il vicepresidente dell'Antimafia, Fabio Granata (Pdl), s'è dichiarato immediatamente disponibile a elaborare, assieme a Veltri e Ruffolo, un progetto di legge anti-corruzione che ricalchi quello, severo, sottoscritto a suo tempo da Veltri, Tremaglia, Frattini e Pecoraro-Scanio. Si era alla fine degli anni Novanta, e Tangentopoli sembrava ancora dettare norme di buonsenso. Come sempre, non se ne fece nulla.
Oggi che la penetrazione mafiosa ha raggiunto livelli elevatissimi, persino impensabili, il cammino non sarà facile. Ma forse basta cominciare, e anche l'opposizione - rappresentata dal vice-capogruppo dei senatori del Pd, Luigi Zanda - si è detta pronta all'istituzione di un gruppo interparlamentare che punti i riflettori sul problema più «dimenticato d'Italia». Tanto dimenticato, che proprio il Pd pare stentare a farne il proprio cavallo di battaglia, nonostante Di Pietro neppure lo utilizzi per le proprie Filippiche a salve. Forse motivi in più per «lanciarlo» come battaglia post-ideologica delle persone «perbene» di questo Paese. Senza altri colori di fondo, se non quelli di una sacrosanta lotta ai mafiosi.

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