Paolo Poli legge i versi d’amore di Sandro Penna

Impossibile arginare il fiume in piena: racconti, memorie, riflessioni infarcite di toscanismi dall’andazzo volutamente spiritoso. Impossibile interrompere questo flusso generoso tentando di seguire lo schema di un’intervista. Perché Paolo Poli, ottant’anni portati straordinariamente bene, è un treno in corsa che sfreccia sui binari della conoscenza, della letteratura, dell’immaginazione e mantiene la stessa rarefatta levità con cui si presenta al pubblico nei suoi spettacoli. Meglio dunque bandire le domande, accantonare i perché, i come e i quando e starlo ad ascoltare. Tanto più che di cose belle ne ha da dire, eccome, visto che questa sera sarà sul palcoscenico de «I Solisti del teatro» in un Ricordo di Sandro Penna dove reciterà alcune liriche del poeta umbro accompagnato dalla musica di Andrea Farri. «Penna - ci racconta - è il più puro poeta del mio secolo (dico mio perché io appartengo al ’900 e non capisco nulla di ciò che vedo oggi). L’ho conosciuto negli anni ’60. Era un uomo di apparenza modesta, umile, ma un vero signore. Uno che la sera si faceva accompagnare in macchina sui sette colli per vedere il tramonto. A volte passava a trovarmi a casa dopo che era stato dalla Morante, si metteva sul letto, toglieva le scarpe ed emanava puri raggi di luce». Al di là dei ricordi personali, questa lettura/concerto , «che ho già fatto una volta a Milano in fretta e furia perché una nuvola minacciosa incombeva sulle nostre teste e, quando iniziò a piovere, gli spettatori se la dettero a gambe di gran carriera», intende omaggiare una delle più grandi personalità della nostra poesia ma soprattutto offrire un tributo al tema centrale della sua produzione, l’amore. «Penna - riprende Poli - ha avuto il coraggio di essere un poeta d’amore, di parlare di un sentimento già fuori moda allora e tanto più obsoleto oggi. E lo ha fatto con uno stile tutto suo, fuori da qualsiasi scuola e corrente, in un clima letterario che soffriva ancora dello strascico dannunziano. Le sue sono poesie che vanno lette con gli occhi; non si dovrebbero recitare». «Le liriche più belle di Penna - aggiunge l’attore - sono quelle degli anni Venti; quelle dove c’è il treno che sbuffa, la corriera, il garzone del fornaio... La sua lingua è semplice, sebbene strutturata, e in certi passaggi ricorda persino Dante. Anche Caproni, anche Saba cercarono la semplicità ma Penna è un caso a sé». E la semplicità è d’altronde una componente fondamentale pure del teatro di Poli («sono un artista popolare, faccio tournèe in provincia, mi rivolgo a tutti»), anche se i suoi lavori - festosi, barocchi, colorati e trasformisti - sembrerebbero suggerire tutt’altro. Basti pensare a Sillabari di Goffredo Parise, ultimo successo del maestro fiorentino che la prossima stagione tornerà sulle nostre scene. «In un panorama tanto triste è facile parlare di successo. Ma il mio Ricordo di Sandro Penna, in fondo, è solo una mascalzonata estiva».

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