Pappano domina il «War Requiem»

Alla guida dell’Orchestra di Santa Cecilia il direttore ha conquistato la platea dell’Auditorium con l’esecuzione del capolavoro di Benjamin Britten

Pietro Acquafredda

da Roma

Che cosa ha convogliato tanta gente all’Auditorium di Roma per ascoltare un lavoro non tanto conosciuto e pure impegnativo come il War Requiem che ha inaugurato la stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia? La fama, recente, di cui in Italia gode il suo autore, il finissimo musicista inglese Benjamin Britten; oppure la protesta silenziosa contro la tragica attualità della guerra, richiamata nel curioso titolo, bilingue; o forse il desiderio di verificare di persona che riescono a fare tutte quelle forze artistiche impiegate (tre solisti, due orchestre, grande coro misto e coro di voci bianche, organo), come i giornali hanno raccontato in lungo e largo alla vigilia?
Forse tutte queste ragioni insieme o forse nessuna di esse; sicuramente quella di porgere il benvenuto al nuovo «direttore musicale» dell’Accademia, Antonio Pappano, che vi si è insediato ufficialmente e conta di restarci per i prossimi cinque anni e che Roma sente come nuovo concittadino. E lo ha sottolineato alla fine del War Requiem, applaudendolo con calore e a lungo e riconoscendogli anche il merito di aver scelto una strada non facile, per la sua prima uscita da direttore stabile dell’orchestra. La quale, lo si è visto immediatamente, respirava in perfetta sincronia con lui, malleabile a ogni sua direttiva, un minimo cenno della mano oppure un semplice sguardo scatenavano furori orchestrali o delicatissime trasparenti filigrane, come Britten prescriveva per esprimere orrore per la guerra e pietà per le sue vittime.
Il War Requiem, capolavoro grandioso ma enigmatico e sofferto, prevede due orchestre, una piccola e una grande, la piccola ricca di percussioni. Alla grande il compito di sostenere e visualizzare il testo latino della Messa da Requiem, Dies Irae compreso, affidato ai due cori e al soprano; la piccola per dar fuoco alle polveri, mentre le voci maschili (tenore e baritono) lanciano contro l’umanità le grida disperate e le accuse del poeta inglese Wilfred Owen, morto giovane in guerra. Questa distribuzione musicale, di grande effetto, rimanda all’occasione per cui il War Requiem fu scritto: la consacrazione, il 30 maggio 1962, della nuova cattedrale di Coventry, accanto alle rovine, ancora visibili, di quella antica distrutta dai bombardamenti, nel 1940. I due blocchi, testuali ed espressivi, finalmente dialogano, alla fine del War Requiem, per invocare pietà e riposo per tutti.
Pappano ha fatto leva proprio su tale efficace contrasto, ma interiorizzandolo. Al suo fianco gli ottimi solisti: Christine Brewer, soprano, insuperabile nel singhiozzante Lacrymosa; Jan Bostridge, tenore, e Thomas Hampson, baritono, che hanno raggiunto accenti di infinita dolcezza nel dialogo finale; straordinari il coro istruito da Roberto Gabbiani e l’Orchestra ceciliana. Il pubblico, in piedi, non si stancava di applaudire.

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