La parabola degli epuratori che finiscono epurati

Il moralista è quel tale che ogni due per tre ti dice che l’eguaglianza è una gran cosa, che non ci devono essere privilegi, che la legge, è ovvio, è eguale per tutti. Poi un vigile gli fa la multa per divieto di sosta e lui si inalbera: «Lei non sa chi sono io» gli urla in faccia. Successe a Eugenio Scalfari, deputato socialista, anni fa.
Il moralista è quel tale che ti dice che il vero editore è quello puro, che fa i giornali perché ci crede e che il massimo è essere editori di se stessi. Poi a un certo punto gli fanno un’offerta della madonna e lui vende tutto all’editore impuro. Successe a Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, anni fa.
Naturalmente il moralismo non ha colore politico. In un film degli anni ’50, Il moralista, appunto, Alberto Sordi impersonava un arcigno censore democristiano del vizio che in realtà era uno sfruttatore di ballerine di strip-tease. Quelli del Pci sghignazzavano davanti a questa esibita ipocrisia borghese che, giuravano, una volta al potere, il comunismo avrebbe spazzato via: completa parità dei sessi, libero amore, etica rivoluzionaria. Nell’attesa, avevano dovuto relegare in un sottoscala, «una garçonnière» l’avrebbe definita il Sordi moralista, la più giovane compagna per la quale il loro austero segretario Palmiro Togliatti aveva perso la testa e mollato la legittima consorte... Perché poi il sole dell’avvenire va bene, il matrimonio in Comune con la bandiera rossa pure, ma alla fine anche i comunisti tenevano famiglia, ci tenevano al decoro ed erano infastiditi dalle corna.
Il fatto è, come diceva Mark Twain, che «non è saggio usare la morale nei giorni feriali; così succede che poi la troviamo in disordine la domenica». Prendiamo le masse. Per anni il moralismo di sinistra ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Era un moralismo intellettuale, fatto da una classe di colti che intanto si era rimpannucciata, aveva smesso di prendere il tram o la metro, magnificava le periferie-obbrobrio operaie e popolari che gli architetti membri di quella stessa classe tiravano su con supponenza da lotta di classe, ma si guardava bene dall’andarci ad abitare. I suoi componenti erano per il centro storico, le terrazze, e molto semplicemente, amavano sì il popolo, ma non gli piaceva l’odore. Adesso poi che il popolo ha smesso di votarli, hanno deciso che puzza, fa i rutti e quelle cose lì.
È successo lo stesso con i soldi. Anche i soldi puzzavano, peggio, grondavano sangue: il sangue dello sfruttato al quale si abbeverava lo sfruttatore-sanguisuga, capitalista, fascista... Poi è successo che l’odore dei soldi è divenuto un profumo: le barche, le scarpe cucite a mano, la «piccola Atene» sul mar Tirreno dove passare le vacanze intelligenti, un giro sull’elicottero dell’industriale «progressista», naturalmente, sul venti-metri dell’imprenditore «progressista», naturalmente, «il vino prodotto dai propri vigneti (progressisti? Boh), «non per guadagnarci qualcosa, scherziamo, solo per regalarlo»... Certo, è ben altro rispetto al lusso sfacciato dei ricchi di sempre e dei neo-ricchi di nuovo conio: è un lusso da cachemire, mica da bandana. Non essendo riusciti a incarnare «il socialismo dal volto umano», adesso si applicano al «capitalismo dal volto umano». Ciò che è rimasto eguale è il ditino alzato nel moralistico atteggiamento di condanna. È il Rolex d’oro che li frega.
La notizia che un austero campione del moralismo cattolico sia inciampato nella propria immoralità sessuale, fa sorridere, perché il destino degli epuratori può anche essere quello di finire epurati. Va anche detto però che la Chiesa fa il suo mestiere, c’è il pentimento, c’è la confessione e c’è l’assoluzione, ma siccome non siamo in una teocrazia basta prenderne atto e vedersela, se è il caso, con la propria coscienza. Quello che sorprende è il moralismo di chi si dice laico, il diritto alla privacy, il rispetto dell’individuo, della sua sfera personale, e che adesso non si vergogna a «nascondersi» sotto l’abito talare. Sono gli stessi che hanno versato lacrime laiche e calde quando morì l’erotomane John Kennedy, si sono commossi sulla triste sorte della sessualmente disinvolta Lady Diana («Scusaci principessa» titolò allora l’Unità), indignati per la persecuzione del democratico Bill Clinton a opera di un giudice ottuso e di una stagista obesa, e ancora l’altro giorno hanno detto che sì, Edward Kennedy lasciò annegare la sua amichetta, ma fu un errore di gioventù (sì, a quasi quarant’anni...) e comunque che splendido presidente sarebbe stato.
Certo, moralisticamente parlando, c’è tradimento e tradimento e le corna, poi, come diceva quel tale, sono come i voti: si pesano, non si contano. Reazionario, rimango del parere del vecchio Ardengo Soffici: «Non mi piace che la polizia si immischi in cose amorose; ma semmai, nel caso di una moglie colta in flagrante adulterio, si cominci con l’arrestare il marito».

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