Parigi obiettivo prediletto del terrorismo islamista

Uno studio scientifico analizza gli 88 attentati degli ultimi tre anni. E i sensi di colpa dei francesi

Parigi obiettivo prediletto del terrorismo islamista

L'obbiettivo prediletto del terrorismo islamico, la Francia, dal 2004 ha contato 280 morti e 952 feriti. Sono l'effetto collaterale del messaggio ideologico contenuto dall'islam, che impone la lotta contro i miscredenti e gli apostati. Ed è da qui che sono partiti Xavier Crettiez e Yvan Barros, gli autori del rapporto appena pubblicato, La realtà della minaccia jihadista in Francia. La nota scientifica uscita dalla cattedra di cittadinanza Science Po Saint-Germain-en-Laye è approfondita e ricca di informazioni sulla minaccia jihadista. Anche se la loro analisi afferisce in particolare al periodo che va dal 2015 al 2018.

Da Charlie Hebdo l'elenco s'è fatto sempre più lungo e macabro, e la sequenza di morte che ha insanguinato oltralpe ha lasciato una domanda su tutte, perché la Francia? Anzitutto la Francia è la culla ideale del senso di colpa - ogni attentato è stato per l'opinione pubblica una colpa da espiare. Ma soprattutto l'effetto collaterale di un terrorismo endogeno che ha raggiunto l'apoteosi nell'attentato al quartier generale della polizia di Parigi dimostrando, ancora una volta, che l'islam può tutto.

I due ricercatori si sono però fermati a un momento prima dell'ultimo attacco per analizzare gli 88 attentati registrati solo in Francia negli ultimi tre anni, tra riusciti e non , e che hanno coinvolto 163 terroristi. La loro indagine dimostra che l'onda jihadista segue una logica in termini di violenza politica. Il rapporto evidenzia come prima osservazione che, considerata la polizia come l'obiettivo privilegiato del terrorismo (il 44% degli attacchi) e che i civili costituiscono il 95% delle vittime, la violenza jihadista è un'azione intenzionale che rappresenta la globale realtà terroristica. Azioni, quindi, che non sono banalmente ascrivibili a una guerra alle autorità francesi, ma rientrano in un disegno più grande.

Gli attentati pianificati non hanno sempre corrisposto ai desideri iniziali dei loro autori. È stato registrato, infatti, un divario tra le armi previste per compiere un atto terroristico e quelle effettivamente utilizzate. Le intercettazioni telefoniche mostrano che i terroristi preferiscono armi da fuoco ed esplosivi (25 e 22%) di cui dispongono, mentre i coltelli sono solo l'alternativa, la soluzione che arriva in un secondo momento perché impossibilitati dalle circostanze. Il che tende a dimostrare che non si tratta di episodi improvvisati, ma tutt'altro.

E questo tende a dimostrare anche che l'impegno nella violenza islamista è un processo collettivo. La metà degli attacchi è stata commessa da gruppi. Secondo gli autori dello studio, il lupo solitario sebbene sia un fenomeno che esiste - rimane l'eccezione nella dimensione dell'attacco jihadista. E, anche lì, secondo quanto si evince dal rapporto, nella stragrande maggioranza dei casi è possibile trovare collegamenti sociali che spiegano l'impegno radicale.

Gli autori dello studio ritengono quindi che tra le intenzioni e i fatti, i terroristi siano costretti a «un riposizionamento più pratico di desideri violenti che passa attraverso l'uso di armi prontamente disponibili». In altre parole, i terroristi agiscono con ciò che hanno a portata di mano. Un'altra spiegazione è che gli attacchi con armi più difficili da trovare sono più facilmente sconfitti dalle forze di polizia.

Non sorprende, inoltre, che gli individui coinvolti siano principalmente maschi (86%). Ma c'è un tasso di conversione più elevato tra le donne (35%). I terroristi sono principalmente giovani, in media 25enni. Il 16% è minorenne, mentre il 13% ha più di 36 anni. Tuttavia, secondo lo studio, l'età media dei jihadisti tende ad aumentare leggermente nel tempo. La giovane età non è però spiegata solo «dallo stato d'animo e dall'appetito per la violenza, tipica dei giovani». Bensì è l'espressione della radicalizzazione islamica francese che avviene, ormai, in grandi percentuali nel mondo dello sport. Médéric Chapitaux, ex gendarme e istruttore di sport di combattimento, da anni s'è messo a denunciare le falle del sistema di sicurezza di Parigi e gira il Paese per mettere in guardia dai legami pericolosi tra club sportivi e islam. Il rapporto rileva, poi, che la maggioranza dei protagonisti di attentati non aveva precedenti giudiziari.

Lo studio su La realtà della minaccia jihadista in Francia indaga anche sul fenomeno della radicalizzazione aprendo una parentesi sulla dimensione del terrorismo endogeno oltralpe. E sulla grande percentuale di soggetti schedati «S» («S» sta per Sûreté de l'État), gli individui considerati pericolosi per la sicurezza dello stato, poi autori di attentati islamici. Tutti gli individui coinvolti nella causa jihadista sono di fede islamica, anche se non provengono da famiglie musulmane.

La revisione statistica presentata da Xavier Crettiez e Yvan Barros, per giunta, inscrive il terrore islamista nella più tradizionale «violenza politica». Ordinata e organizzata (anche a distanza e virtualmente) da un bene superiore, quello prettamente islamico. Esiste un'alternativa a tutto questo? Il rapporto francese non dà una risposta, ma testimonia la consueta, ormai, altalena tra ansia e menefreghismo circa il terrorismo islamico. D'altronde solo pochi giorni fa, Dominique Reynié su Le Figaro tornava a confermare che «l'islam è oggi la causa terroristica più mortale al mondo».

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