Patronati, la «tassa» che frutta altri 120 milioni ai sindacati

Sono ancora tra noi. Incancellabili. Inamovibili. Già 30 anni fa, c’era chi ne aveva chiesto a gran voce l’abolizione. Inascoltato. In anni più recenti, i radicali si erano visti bollare dalla Consulta con il marchio dell’incostituzionalità il referendum che chiedeva di eliminarli. E così, i patronati continuano a essere una vera e propria holding della consulenza (soprattutto previdenziale), con una capillarità assimilabile a quella di un colosso bancario come Unicredit (10mila sportelli e ben 8mila dipendenti). Ma, soprattutto, restano il miglior meccanismo di finanziamento dei sindacati. Una sorta di asso nella manica capace di oscurare le altre fonti di introito: grazie all’attività dei patronati, nel 2008 è stata raccolta una cifra superiore ai 253 milioni di euro, in lieve flessione rispetto ai 267 milioni dell’anno prima.
Questo fiume di denaro nasce da quella che potrebbe sembrare, direbbe Totò, una quisquilia: uno 0,26% prelevato sul gettito dei contributi previdenziali incassati da Inps, Inpdad, Inail e Ipsema. In realtà si tratta di una cifra importante, una torta di cui Cgil, Cisl e Uil si spartiscono quasi la metà (il 47,65%). Il che significa oltre 120 milioni che dalle tasche dei lavoratori vengono dirottati verso le tre confederazioni. L’organizzazione guidata da Guglielmo Epifani fa la parte del leone con 57,6 milioni di euro, seguita dalla Cisl di Raffaele Bonanni (42,8 milioni), mentre alla Uil toccano poco più di 20 milioni. Il terzo posto assoluto spetta però alle Acli, con 28,1 milioni. Certo somme distanti anni luce dagli appena 50mila euro ricevuti da un patronato altoatesino, all’ultimo posto di una classifica composta da 27 enti e contenuta nella «Relazione sulla situazione economica del Paese 2008» diffusa ieri dal ministero dell’Economia.
L’evidente sproporzione tra le somme citate è legata a un motivo elementare: i finanziamenti sono rapportati all’attività svolta dai singoli patronati. Insomma, più sono le pratiche sbrigate, più alto è l’incasso. In genere, l’attività di questi enti - non solo circoscritta al territorio nazionale - è per lo più connessa alla verifica dei versamenti Inps, ma copre anche una serie di prestazioni di carattere sanitario e socio-assistenziale, compresa la gestione dei permessi di soggiorno. A ciascuno di questi “segmenti” di competenza è assegnato un punteggio che andrà a riflettersi sul finanziamento finale, ma solo in caso di buon esito della pratica. L’attività svolta in Italia gode di un trattamento inferiore rispetto alle pratiche svolte all’estero: come rivelato dal Giornale nel maggio scorso, nel primo caso ogni singolo punto equivaleva nel 2005 a 53,46 euro, nel secondo a 75,56 euro. Per fare alcuni esempi, in base alla tabella Inps degli interventi finanziati nel 2008 dal ministero del Lavoro, l’assegno di invalidità vale 6 punti, contro i quattro della pensione di anzianità e vecchiaia. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha ricordato lo scorso aprile che «il nuovo regolamento in vigore dallo scorso gennaio è più rigoroso, restrittivo e utile a vigilare sulla operatività» dei patronati. Ma Sacconi non nascondeva comunque che «il sistema attuale legato al coefficiente sul monte retributivo è uno dei problemi da risolvere».
L’altro aspetto delicato riguarda i controlli sull’operatività degli enti. Sui servizi, in particolare quelli resi dagli istituti in questione agli italiani all’estero, si preannuncia una stretta. Ora sull’attività svolta dalle sedi italiane degli enti di patronato ci sono verifiche annuali, mentre su quelle estere le verifiche sono a campione. L’obiettivo del governo «è quello di arrivare nel più breve tempo possibile - si legge nel documento del Tesoro - a effettuare una verifica presso tutte le sedi dichiarate operanti in ciascun anno dagli istituti di patronato».

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