Un patto per l’oggi ma l’incognita è il futuro

Si sono seduti, guardati in faccia, annusati e questo non accadeva da tempo. Il posto era quello più adatto. Lì, sulla Camilluccia, dove anche le crostate sono un segno di pace. La casa di Gianni Letta, il mediatore, quello che smussa, dice pazienza, calma, tutto si può fare. La parola inconciliabile non ha mai trovato troppo asilo in queste mura. Berlusconi e Fini si sono seduti, sereni, cercando un motivo per andare avanti. È questo il piatto della giornata. Questo incontro un mese fa non aveva senso, lunedì scorso era addirittura impossibile, ora è qui, c’è stato, esiste. Il dialogo non è interrotto. Ci sono strette di mano, parole, promesse, chiarimenti e una storia che dura da quindici anni, qualche volta come amore vero, altre, magari tante altre, come un matrimonio d’interesse. Con una certezza: Fini non è Casini.
Questo ultimo «patto della Camilluccia» è seduto sul presente. Non guarda lontano, non vede l’orizzonte. È un chiarimento ed è quello che a questo punto ci serviva. È un patto che parla di come mandare avanti il Pdl. Fini vuole contare, cerca un ruolo, un dibattito, un’agorà. Berlusconi dice che ha ragione. Si parla delle elezioni regionali, si sfiora il ruolo della Lega, si smussano un po’ di gelosie e si tira via quella crosta di diffidenza e scetticismo. Tutti e due sottoscrivono: andiamo avanti. I loro uomini guardano al bicchiere mezzo pieno: ci sono le premesse per ripartire. Qualcuno come Italo Bocchino, l’uomo che ha ereditato il ruolo di Tatarella, un altro grande tessitore, scommette sulla provvidenza: i due si sono stretti la mano e a questo punto «se sono rose fioriranno».
Ricominciare. Da dove? Quelli che frequentano i palazzi della politica dicono, sempre guardando al presente, che per capire se davvero si sta parlando di rose bisogna aspettare le regionali. È li che si fanno i primi conti. Gli ex An non nascondono che per loro il Lazio è una fideiussione. Lo vogliono. È loro. Sono forti. E vale come una roccaforte. Fini ha più volte evocato il nome della Polverini. I romani del suo «partito» vorrebbero una bandiera, qualcuno cresciuto in mezzo a loro, con il Signore degli anelli sul comodino. Insomma, un hobbit, un elfo, o qualcosa del genere. Uno a cui portare tutti i voti fatti in casa. Berlusconi magari pensava alla Todini. Ma appunto, tutto questo, si vedrà. È certo che quella parte del Pdl che un tempo si chiamava An non può restare senza territori. È come giocare a Risiko e non saper dove piazzare i carriarmatini. È sentirsi fuori gioco. Berlusconi lo sa e ne terrà conto, ma a Fini forse non basta.
Quello che li divide non è il presente. Fini da un po’ di anni ha spostato lo sguardo lontano. È lì il fulcro della sua politica. È lì che si gioca tutto. Solo che il suo futuro è già cominciato. È già oggi. Era già ieri. È la svolta sugli immigrati. È l’occhio laico sulla bioetica. È guardarsi allo specchio e vedersi vestito un po’ come Sarkozy. L’unico problema è che nel suo futuro Fini fatica a vedere Berlusconi. E invece il Cavaliere c’è ancora. Sono queste le visioni diverse che ancora restano, quelle di cui parlano i comunicati, quelle difficili da scartavetrare. Berlusconi e Fini quando osservano la palla di vetro sognano mondi diversi. Basta Letta? Bastano le parole e le atmosfere della Camilluccia? La risposta è semplice. Bastano per andare avanti. Il futuro non è una rottura. È solo un orizzonte. È qualcosa che serve a capire dove ci si può incontrare. Come. E quando. È una possibilità. E poi se sono rose fioriranno.
È una questione di tempi. Berlusconi vive di accelerazioni. Fini fatica ad aspettare. Fini vuole un Pdl, una destra, che gli assomigli. Ma questa è una destra lontana e non è detto che da qualche parte ci sia davvero. È una proiezione. Forse un azzardo. Berlusconi è un uomo con le antenne. Sente la realtà. È un leader che sa stare in sintonia e soffre le rotture. Berlusconi ha il consenso. Fini se lo deve inventare. Come dice uno che certe cose le capisce: tutti sono capaci di fare una bella destra, prendere voti è un po’ più difficile.