Tentare un'analisi puntuale dell'andamento del mercato orologiero in Italia è un'operazione assai critica. Da un lato, infatti, ci sono le ricerche nazionali e a internazionali; dall'altro, le testimonianze di importatori, distributori e punti vendita. Per esempio, l'Istat per il primo semestre dell'anno ha evidenziato un calo delle importazioni di oltre un milione d'unità (con un aumento a valore di più di 45 milioni di euro, dovuto però a fluttuazioni dei cambi). E le statistiche sulle esportazioni della Federazione delle industrie orologiere svizzere, nei mesi di settembre e ottobre vedono il nostro Paese (e l'intera Europa) tra i più attivi e con percentuali di crescita in doppia cifra, che compensano le performance negative di Hong Kong, Usa e Cina, i primi tre mercati per la Svizzera. Di segno negativo, invece, le ricerche di mercato sul comportamento dei consumatori (GfK Retail & Technology ) che, nel 2011, hanno rilevato un calo della spesa del 3,5%. Ascoltando gli operatori, infine, il quadro assume toni più foschi: importatori in difficoltà, investimenti in comunicazione in caduta libera (tranne rare eccezioni) e punti vendita che riducono portafoglio, marchi e stock per sopravvivere. È la dura regola del sell-out, vero termometro del mercato, la cui forbice con il sell-in, specchietto per le allodole, è destinata a ridursi sempre di più, mettendo in primo piano la scarsa attendibilità dei dati in entrata nei diversi Paesi. In questo panorama, autorevole è la voce del presidente di Assorologi, Mario Peserico (Ad di Eberhard Italia): «In Europa il sell-out è debole e concentrato nelle grandi città, che vedono un sostanzioso e proficuo flusso turistico con percentuale locale, dunque, in forte recessione. Ad oggi, comunque, è confermato che l'orologio meglio sta reagendo alla crisi rispetto, ad esempio, all'auto. Il periodo più duro si è concentrato nei primi sei mesi del 2009, ma nel 2012 molte filiali e aziende potrebbero tornare a chiudere in positivo.
Il 2013 dovrebbe essere, e ce lo auguriamo, l'anno della stabilizzazione su nuovi riferimenti di equilibrio, ma l'ulteriore aumento dell'Iva potrebbe avere un impatto fortemente negativo, anche a livello psicologico, sui consumi».Il peggio è passato ma ora non tassate la ripresa
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