«Perseguitata perché ero ebrea»: niente indennità

Milano«In nome del popolo italiano», la signora S.V. se ne faccia una ragione. Anzi, se la faccia la figlia, che la madre è morta da poco più di un anno. Non basta essere ebrei per avere diritto alla pensione di benemerenza. Né basta esserlo stato sotto il fascismo. E nemmeno non aver potuto lavorare per sette anni filati, a causa delle leggi razziali. E neppure aver perso i diritti civili, a causa delle discriminazioni imposte dal Regime. E neanche, infine, l’incubo del campo di concentramento, perché la parola non è sufficiente ma ci vogliono le prove. Niente indennità. Che rinunci ai 350 euro o poco più previsti dalla legge. Così ha deciso la Corte dei conti della Lombardia (sentenza 890/09, pubblicata nei giorni scorsi), secondo cui - nella storia di S.V. - «non vi è prova che si siano concretizzati effetti lesivi del diritto della persona in uno qualunque dei suoi valori costituzionalmente protetti».
Scrive il giudice Luisa Motolese che «la mera soggezione alla normativa antiebraica non è sufficiente a integrare la fattispecie persecutoria degli atti di violenza». Discutibile in sé. Resta da capire, però, cosa si intenda con «violenza». E il magistrato contabile affronta l’argomento. «Atti di violenza o sevizie - scrive - devono assurgere a un significativo grado di intensità, oltre a rivestire per il loro reiterarsi quel carattere di continuità che li qualifica come atti persecutori». D’altro canto, «va chiarito che integrano il contenuto della violenza e delle sevizie non solo le violenze materiali, ma anche i patimenti morali», quali ad esempio «l’estromissione dalle proprie funzioni». Tipo, il lavoro. Un «valore costituzionalmente protetto», appunto. Articolo 4 della Carta. Una sentenza simile a quella che riguarda un’altra perseguitata dalle leggi antiebraiche fasciste: Ornella Pajalich, 84 anni, che - secondo un’altra decisione della Corte dei conti riportata ieri da Repubblica.it - non ha diritto alla pensione di benemerenza perché può ancora andare a lavorare.
Anche peggio è andata alla signora S.V., a cui non è bastato nemmeno l’attestazione della Comunità ebraica di Milano (agli atti del procedimento), secondo cui la donna «è di razza ebraica e come tale ha subito le restrizioni e le persecuzioni dovute alle leggi razziali, e che nel periodo 1938/1945 non poté svolgere attività lavorativa». Il giudice, questa, non l’ha considerata una «prova». «Stupisce - commenta Leone Soued, presidente dell’associazione che riunisce gli ebrei milanesi - che non venga riconosciuto un supporto doveroso da parte delle istituzioni a quanti hanno vissuto un periodo drammatico della propria vita». La figlia, M.B., ha anche spiegato che la madre era stata internata in un campo di concentramento nazista, «ma - insiste il giudice - non ha fornito a sostegno di tali affermazioni alcuna documentazione probatoria». Perché la memoria non basta. Nemmeno nel giorno della Memoria.
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