Immaginiamolo a cavallo in un desolato villaggio della campagna romena. Siamo alla fine degli anni Venti. I contadini gli si fanno intorno, tra fango, cani e galline. Scende di sella Corneliu Codreanu, ha 26 anni, lo segue un drappello di discepoli. Alto un metro e novanta, capelli corvini, tratti ascetici e nobiliari, occhi grigio azzurri velati di malinconia.
Comincia a parlare, e chi lo ascolta ha l’impressione di avere davanti quasi un’apparizione angelica, dal fascino irresistibile. Annuncia ai contadini di avere fondato la Legione dell'Arcangelo Michele per la salvezza della patria.
Contro chi invita a battersi? I nemici, annuncia, sono numerosi e potenti. Anzitutto la Russia sovietica, che dietro al paravento del comunismo aspira a impossessarsi di territori romeni, come la Bucovina e la Bessarabia. Poi gli ebrei, che in patria controllano tutti i centri di potere: governo, banche, università. E ancora la classe corrotta della borghesia, che ha venduto l’anima al dio denaro, e nasconde l'egoismo affaristico dietro ai principi democratici. Infine, i partiti sedicenti nazionali e liberali, interessati all’immobilismo politico. Di fronte a questa alleanza perversa e antinazionale, Codreanu propone di unirsi sotto le bandiere vendicatrici dell’Arcangelo Michele, basandosi però sul «principio dell’amore».
Un simile personaggio irripetibile, inattuale quanto contraddittorio, balza ora fuori dalle pagine di un antico biografo, Carlo Sburlati.
A più di mezzo secolo dalla prima edizione, l’autore ha rivisto e ampliato il racconto della sua vita: Codreanu. L’arcangelo trafitto (edito dalla Idrovolante). Non simpatizzante, la biografia, ma nemmeno censoria, dunque in grado di restituire a questo apostolo e inventore del «fascismo mistico» una dimensione tanto anacronistica quanto conturbante.
Il fatto è che Codreanu, fin dall’adolescenza vissuta da irredentista in Bucovina, tutto preso da un attivismo nazionalista, cristiano e anticomunista, oggi ci appare allo stesso tempo carismatico ed estraneo a ciò che identifichiamo con la democrazia: difesa degli interessi, attitudine al compromesso, astuzia strategica (non a caso, Machiavelli gli apparirà sempre simbolo della politica separata dalla morale). E, per gli stessi motivi, destinato non solo alla sconfitta ma anche alla morte precoce e violenta, un po’ Spartaco e un po’ William Wallace.
Sburlati ne segue le evoluzioni politiche; dapprima fondatore nel ’23 della «Lega Nazionale Cristiana», quattro anni più tardi della Legione (da cui la definizione di «legionari» dei suoi seguaci); poi nel 1930 della Guardia di Ferro, e così il movimento sarà conosciuto fuori dalla Romania. Infine, tentando di legalizzarlo e trasformarlo in vero partito, nel 1934 creerà «Totul pentru Tzara», cioè «Tutto per la patria», con successo elettorale, ma proprio per questo preso di mira dagli altri, come un corpo estraneo da isolare ed eliminare.
Eppure, pur passando attraverso tante differenti incarnazioni, la sua singolare dottrina non subirà mai una autentica evoluzione all’insegna del realismo; al contrario, continuerà a perseguire un progetto difficilmente definibile, se non appunto come «fascismo spirituale». Diverso da quello politico mussoliniano, o razziale hitleriano. Basti pensare ai 4 principi, o meglio comandamenti, già enunciati all'inizio: fede in Dio, fiducia nella missione, amore per i compagni, ricorso ai canti di battaglia. Che poi evolverà in una specie di pantheon mistico: trascendenza, tradizione, culto dei morti e degli eroi, disponibilità a versare il sangue, rito del digiuno settimanale, rispetto della legge dell’onore. Riassumibile in un ideale: la nazione come destino del popolo.
Totalitario, certo, il suo pensiero, con l’ambizione di creare «uomini nuovi». In questo, sì, parente e alleato del fascismo e del nazionalsocialismo. Ma, nei fatti, più vicino al falangismo spagnolo, alle Croci Frecciate ungheresi e al peronismo argentino. E non privo di lati misteriosi: quando potrebbe rovesciare il regime con un colpo di Stato rivoluzionario, Codreanu sceglierà invece la non violenza.
Una visione dunque anomala, incompatibile con le regole del potere, impersonato invece con abilità e spregiudicatezza da re Carol. Che cercherà periodicamente di ammorbidire, addomesticare, isolare Codreanu. Non riuscendoci, ricorrerà alla repressione spietata, così facendone emergere il limite politico: il rifiuto dei compromessi spingerà il movimento legionario verso gesti esemplari, anche violenti. Lo stesso Codreanu ucciderà a revolverate in tribunale un prefetto, salvo poi essere assolto per legittima difesa; i suoi «vendicatori» faranno scorrere altro sangue; e lo stesso Codreanu, una volta eletto in Parlamento, si spingerà fino a chiedere la pena di morte per i «profittatori dei beni statali». Una duplicità che gli impedirà di stringere indispensabili alleanze, senza però intaccare, anche di fronte alle persecuzioni, la fedeltà di quasi tutti i seguaci.
Impossibile, dunque, valutarne la figura secondo un metro razionale, e la sua fine somiglierà a una nemesi: nel ’38, arrestato e poi condannato a 10 annidi carcere per alto tradimento, verrà strangolato durante il trasferimento da un carcere all'altro su ordine del primo ministro Calinescu (poi ucciso a sua volta per vendetta dalla Guardia di Ferro).
Oggi, una facile dannazione della memoria ci fa apparire improponibile la figura di Codreanu.