Il mondo della musica piange la morte di Gino Paoli, vero e proprio pilastro della canzone italiana: il cantautore genovese lascia dietro di sé uno sconfinato lascito artistico fatto di brani immortali che hanno fatto da colonna sonora a intere generazioni, e che tuttora continuano a generare introiti.
Durante la sua lunghissima carriera, Paoli ha costruito anche un solido patrimonio economico, nel quale sono confluiti non solo i guadagni relativi alle attività in sala di registrazione e sul palco, per cui i proventi derivanti dai contratti discografici, dai concerti e dalle esibizioni davanti al pubblico o alle telecamere e dai diritti d’autore sulle sue canzoni tuttora amatissime e molto richieste, ma anche quelli connessi ai ruoli istituzionali da lui ricoperti, vale a dire lo stipendio da presidente della Siae e il vitalizio da ex parlamentare.
Non si hanno informazioni precise per effettuare una stima verosimile dei beni accumulati in vita dal cantautore, tuttavia è possibile tentare di ricostruire una parte dei suoi guadagni basandosi su alcuni dati storici di natura giornalistica. Prima di affrontare il tema delle royalties, vale a dire dei compensi economici periodici versati a chi possiede i diritti di proprietà intellettuale, così come i brani del suo catalogo musicale, si possono analizzare i quelli relativi ai suoi ruoli ufficiali.
Paoli fu presidente della Siae da metà maggio 2013 fino a fine febbraio 2015, in una fase molto delicata durante la quale emerse con forza il dibattito sull'equo compenso applicato ai dispositivi digitali: il cantautore genovese si fece promotore di una tutela tradizionale della proprietà intellettuale e dei diritti d’autore come frutto del genio creativo, una risorsa che andava protetta dalle mire delle grandi piattaforme digitali, accusate di trattenere una quota sproporzionata dei profitti. Grazie ai dati riportati sul portale della Siae sappiamo che in quegli anni gli stipendi previsti per il ruolo di presidente erano i seguenti, considerando, ovviamente, che si riferiscono a 12 mesi interi di carica e che Paoli per il 2013 e il 2015 non ricevette l’intero compenso: 61.290 euro nel 2013, 125mila euro nel 2014 e 56.279 euro nel 2015.
In qualità di ex parlamentare, invece, incassava mensilmente la cifra di 2.019 euro netti, ma la sovrapposizione di questi due ruoli gli creò dei problemi con il Fisco: durante i 21 mesi di carica come presidente della Siae, infatti, l’Erario deliberò la restituzione di 42mila euro: “La carica è incompatibile con il mandato parlamentare”, si legge nelle motivazioni dell’istanza.
Per quanto concerne gli incassi derivanti dai diritti d’autore, il calcolo è pressoché impossibile da realizzare con precisione. Da uno studio realizzato nel 2013 sui più ricchi affiliati alla Siae emerse che 146 autori si dividevano ben 41 milioni di euro sui 760 totali: nella classifica,accanto a paperoni della musica del calibro di Vasco Rossi o Ligabue, c’era anche Gino Paoli il quale, come riportato da “economymagazine”, aveva “un’incidenza di incassi stimata nell’ordine di circa 450 mila euro l’anno, su dati riferiti ai primi anni Duemila e citati dalla stampa come esempio del potenziale economico dei cataloghi storici”.
A proposito di controversie con l’Agenzia delle Entrate, sappiamo che il cantautore genovese fu accusato di evasione fiscale nel 2015, quando la Procura di Genova aprì un'inchiesta con l'ipotesi di trasferimento illecito di capitali all'estero. Secondo la Guardia di Finanza, Gino Paoli avrebbe trasferito illecitamente in una banca svizzera circa 2 milioni di euro in "nero", sottraendo così 800mila euro al Fisco.
Quel denaro esisteva davvero,e lo stesso Paoli non lo negò mai: pare che si trattasse, come riferì a suo tempo Il Corriere, di partecipazioni a Feste dell’Unita. Semplicemente la sua difesa preferì concentrarsi sul fatto che tali somme provenissero da guadagni legittimi del passato e non da evasione attuale: proprio l’impossibilità di determinare il momento in cui il denaro fu accumulato e poi esportato rese impossibile proseguire con il processo.
Nel luglio 2016, l'inchiesta penale si concluse con un'archiviazione per intervenuta prescrizione del reato: non potendo stabilire con certezza la data esatta in cui il reato si era consumato, i termini legali per perseguirlo erano scaduti.