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“È stato ucciso”: così si potrebbe riaprire il cold case della morte di Kurt Cobain

Una nuova analisi, a partire da documenti emersi nel 2023, potrebbe ribaltare le certezze sulla morte del frontman dei Nirvana: non si sarebbe trattato di suicidio, ma di omicidio

“È stato ucciso”: così si potrebbe riaprire il cold case della morte di Kurt Cobain

Non è una teoria del complotto, ma un’analisi criminalistica accurata. E ora potrebbe instillare il dubbio su cosa sia accaduto davvero al frontman dei Nirvana Kurt Cobain. È stato infatti pubblicato lo studio A Multidisciplinary Analysis of the Kurt Cobain Death, a cura di Bryan Burnett, Gabriele Rotter, Michael Gregory, Felice Nunziata, Pietro Zuccarello, Cataldo Raffino e Michelle Wilkins. L’analisi prende in considerazione diversi aspetti della scena del crimine per ricostruire un’ipotetica dinamica. “Credo che il contributo principale dei firmatari sia quello di stimolare un riesame critico alla luce anche delle pressioni sia mediatiche sia scientifiche dell’epoca”, commenta a caldo a IlGiornale la dottoressa Sara Capoccitti, criminalista e analista forense.

Lo studio che riscriverebbe la dinamica

Il corpo di Cobain fu trovato l’8 aprile 1994 da un elettricista, e l’autopsia stimò l’epoca della morte nel 5 aprile precedente. Il documento quasi integrale - mancante di un paio di pagine - dell’autopsia è stato ricevuto dai parenti del musicista nel 2023. Quel documento, insieme ai rapporti di polizia, le foto della scena del crimine disponibili e i rapporti sulle tracce di arma da fuoco, ha fornito al gruppo di ricercatori nuove informazioni sulle possibili modalità della morte di Cobain, morte al tempo attribuita a un suicidio.

“In questi decenni gli Stati Uniti hanno dato un input importante all’analisi della scena del crimine - aggiunge Capoccitti - sono stati compiuti passi da gigante. E gli elementi che compaiono in questo studio rappresentano un’analisi strutturata interdisciplinare, non i sospetti che negli anni ’90 hanno dato vita alla teoria del complotto. In Italia la definiremmo superconsulenza, perché si mettono in correlazione discipline forensi classiche e meno classiche per ricostruire una dinamica alla luce di una nuova revisione a confronto con l’ipotesi ufficiale. Lo studio si rivela importante anche per la competenza dei professionisti che l’hanno firmato”.

Sono diversi gli ambiti attraverso i quali lo studio si snoda: si va dall’analisi delle macchie di sangue sulla scena del crimine alle problematiche legate alle ferite e alla supposta impugnatura del fucile - un semiautomatico Remington Modello M11 Sportsman calibro 20 - e al rinculo di quel modello specifico, fino alla perizia grafologica e al contenuto della presunta lettera d’addio, fino al fatto che Cobain avesse assunto sì una dose letale di eroina, ma al tempo stesso sia stato capace di mettere in ordine il suo kit da stupefacenti, scrivere la lettera e spostarsi nella serra per togliersi la vita con il fucile.

“I punti chiave sono diversi - illustra Capoccitti - Quello della tossicologia è quello che appare più macroscopico rispetto agli altri, perché mette in comparazione la capacità di compiere un'azione come quella di spararsi con la presenza di quel livello di tossicità all'interno del corpo. Sostanzialmente sia questo che tutti i punti non hanno un valore probatorio così evidente da dimostrare senza dubbio l'omicidio. Ce ne sono anche altri molto importanti e forse un po' più oggettivi rispetto a una valutazione meramente tossicologica: la dinamica balistica, la posizione del bossolo, cioè della parte del proiettile che viene espulso durante lo sparo e soprattutto la morfologia delle macchie di sangue. I punti messi in chiaro dall’analisi hanno tuttavia un loro peso probatorio che forse dovrebbe essere preso in considerazione per un'eventuale riapertura del caso. Se non altro per spiegare le incongruenze che mi sono nate”.

È stato un omicidio?

Le conclusioni dello studio indicano che il cantante sia morto per omicidio: “Cobain fu avvicinato da un aggressore con una siringa che gli iniettò una dose letale di eroina nella parte dorsale prossimale dell’avambraccio sinistro. L’uomo è crollato e, mentre era supino sul pavimento, il fucile da caccia calibro 20 con il compensatore sulla volata gli è stato inserito con forza in bocca, probabilmente spingendogli la testa all'indietro e la mascella verso il basso con il compensatore contro gli incisivi superiori, la volata a parziale contatto con il palato duro superiore, e il fucile è stato sparato. Il corpo è stato trasportato da due persone dal luogo dell'omicidio al luogo, nella serra, dove è stato trovato il corpo. La scena e il corpo sono stati quindi inscenati per far sembrare un suicidio”. “Lo studio non dimostra la presenza di un assassino. Però dimostra che l’esistenza di elementi - riferibili alle tracce di sangue, alle varie aree della balistica per esempio - che evidenziano un'incongruenza nella ricostruzione della dinamica del fatto”, chiosa però Capoccitti.

Pare tuttavia che le autorità giudiziarie statunitensi non siano intenzionate a riaprire il caso, nonostante i dati che secondo gli autori dello studio “potrebbero non essere stati pienamente riconosciuti” dagli inquirenti dell’epoca. “In quest’epoca c’è una tendenza a riaprire diversi cold case, ma a volte sono andate perdute troppe informazioni nelle analisi iniziali.

In questo caso, secondo me, forse, non ci sarà modo di arrivare a una certezza, come la tecnologia ci ha abituati in questi casi, ovvero di ricostruire con precisione quello che adesso noi indichiamo come esatto nella scienza forense, ma staremo a vedere”, conclude Capoccitti.

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