Dentro al piatto di sushi finisce fritto l’ecosistema

La golosità e la lussuria hanno un tale ascendente sull'imbecillità da portare l’uomo a privare se stesso e le generazioni future della vista di specie animali che vivono (ancora per poco) sul pianeta da ben prima che lo scimmione riuscisse a esprimere una vocale o a trascinarsi su due gambe malferme.
Da oggi fino al 25 marzo, a Doha, nel Qatar, si apre la quindicesima conferenza di quei 175 Paesi che nel 1973 si sono impegnati per una disciplina del commercio di specie animali e vegetali che rischiano di scomparire. Sono le nazioni che hanno firmato la Cites, Convenzione sul commercio internazionale di specie in pericolo.
Senza andare in Paesi esotici, senza invocare specie pressoché sconosciute ai più, è sufficiente pensare che in Europa si continua a litigare sul tonno rosso per il quale, lo scorso settembre, sembrava che potesse scattare una moratoria dovuta al calo drammatico della specie pescata in modo esorbitante rispetto alle sue potenzialità riproduttive. Nulla da fare: hanno prevalso gli interessi economici, hanno prevalso il sushi e il sashimi sulle ragioni dell'ecosistema. Il «niet» alla moratoria dei ventisette ha continuato a impoverire i mari di questa specie per la quale la Commissione internazionale per la conservazione del tonno atlantico (Iccat) ha fortemente consigliato il bando totale del commercio pena la sua estinzione. Stavros Dimas, responsabile europeo per l'Ambiente, ha affermato che, rispetto agli anni novanta, le «riserve» di tonno rosso si sono ridotte dell'85%. Oggi dunque l'Europa può decidere se soddisfare la gola dei suoi cittadini e costringere le future generazioni a recarsi nei musei di storia naturale per vedere esemplari di questa specie agitare le pinne in ologrammi e videofilmati.
Mentre noi litighiamo sul tonno, a Doha la Tanzania e lo Zambia chiederanno di poter vendere decine di tonnellate di zanne ogni anno, quando, da oltre vent'anni, la caccia a elefanti e rinoceronti africani è stata messa al bando. La liberalizzazione chiesta dai due Paesi ha come motivo una presunta lotta ai bracconieri, ma, a 750 dollari per chilogrammo, l'avorio attirerà legioni di cacciatori e altre nazioni chiederanno di partecipare al festino. D'altronde mi sento di condannare maggiormente chi estingue una specie per il peccato di gola piuttosto di chi ne mette in pericolo un'altra per non morire di fame.
Il ruolo dei potenti è proprio quello di preservare senza tentennamenti quel migliaio di specie, dalla balena al dugongo, che sono giudicate intoccabili, attraverso una politica lungimirante che permetta a pescatori e cacciatori di trovare altre fonti di reddito, in Paesi in cui la fame è la vera falce. Mentre guido, i tergicristalli scivolano su una poltiglia scura di acqua e grasso permettendomi di intravedere l'insegna dell'ennesimo ristorante Fujiama. Non posso evitare il pensiero che, questa sera, il cuoco magnificherà ai clienti il sushi di «vero tonno rosso», mentre dall'altra parte del mondo un uomo inala la polvere del corno di rinoceronte per soddisfare le brame della sua amata, augurando la morte al negoziante dove l'ha acquistata quando le coltri assisteranno alla sua ennesima cilecca. Mundus transit et concupiscentia eius. (E il mondo passa con la sua concupiscenza).
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