Di Pietro l’anti italiano: "Lo Stato? Sono io"

Dopo aver comprato una pagina sull’Herald Tribune per infangare la Penisola Tonino scrive al Guardian: "Mi scuso per Berlusconi a nome di tutti i cittadini" Da Montenero di Bisaccia a Londra, gioca a incarnare la coscienza nazionale

Di Pietro l’anti italiano: "Lo Stato? Sono io"

Con una riga sola prende in ostaggio tutta l’Italia: «Caro Guardian - scrive Antonio Di Pietro, intingendo la penna in un inchiostro furbastro - mi scuso a nome dell’Italia. Il nostro premier non è abituato a sentirsi dire la verità». Ma sì, l’ex Pm vorrebbe trasformare la toga in un mantello regale che metta sotto tutela tutto il Paese. E cerca di accreditarsi all’estero come portavoce unico della coscienza nazionale, usurpata dal Cavaliere. Giovedì, Di Pietro aveva comprato una pagina intera dell’International Herald Tribune per denunciare, nientemeno, «un’Italia a rischio dittatura». Un’Italia in pericolo per via del Lodo Alfano. Poteva pure bastare, ma il leader dell’Italia dei valori ha scoperto la lingua inglese, i grandi giornali che un giorno sì e l’altro pure attaccano il Cavaliere, il Times che parla di Berlusconi come di un clown, il gemello News of the World dello Squalo Rupert Murdoch che spiava con sobrietà tutta british molti personaggi eccellenti e il Guardian, storico bastione della sinistra inglese.

Da Montenero di Bisaccia alla City. Che salto. Di Pietro, che dai tempi di Mani pulite è abituato ai metodi spicci, ha capito che a Londra avrebbe trovato una sponda amica per le sue requisitorie. Nei giorni scorsi il Guardian aveva partorito una serie di articoli quasi surreali: in sostanza l’Italia in iperaffanno avrebbe rischiato di essere buttata fuori dal G8, la Spagna stava per soffiarci il posto, la confusione sarebbe giunta a livelli catastrofici e solo un intervento disperato degli sherpa americani avrebbe salvato il salvabile e rappattumato la situazione. Sappiamo com’è andata a finire: gli elogi di Obama, le smentite dei Grandi davanti alle panzane made in London, la standing ovation del segretario dell’Onu Ban Ki-Moon alla «superba organizzazione».

La scommessa dell’Aquila è stata vinta e perfino Massimo D’Alema si era prudentemente smarcato nelle retrovie per carità di patria. Chapeau. Ma Di Pietro evidentemente non appartiene all’opposizione: le critiche della minoranza sono fondamentali, anzi necessarie per il buon funzionamento di una democrazia. Ma lui ha altro da pensare: l’opposizione, chiamiamola così, la esercita sui giornali stranieri a colpi di appelli, suppliche e sparate contro il cappio che strozzerebbe le nostre libertà. «Caro Guardian, mi scuso a nome dell’Italia per la reazione prevedibile del Premier e del Ministro degli esteri. The Guardian è un prestigioso giornale. In Italia questo governo non è abituato al contraddittorio, né tanto meno a sentirsi dire la verità». Poche rudi pennellate e il quadro è completo: L’Italia è un Paese allo sbando. L’informazione è drogata e manipolata, il Governo vara leggi «incostituzionali» come un fornaio fa il pane. L’ex Pm non ricorda che a Roma esiste pure un Parlamento, dove il suo partito è rappresentato, e una Corte costituzionale che appunto ha il compito di setacciare la norme.

Lui va oltre. Il Guardian scrive che l’Italia, «secondo la Fondazione Heritage è al settantaseiesimo posto nell’indice di libertà economica, dietro Kirghizistan, Mongolia, Madagascar»? E aggiunge che quanto a «Trasparenza siamo cinquantacinquesimi in coda a Pakistan, Bielorussia e Sierra Leone»? Di Pietro invece di controbattere e spiegare che queste classifiche lunari hanno lo stesso valore che può avere il richiamo del Governo iraniano al nostro ambasciatore per la violenza della polizia italiana o l’affidare la Presidenza della Commissione per i diritti umani dell’Onu alla Libia, punta il dito. Come? Vi siete dimenticati, tira le orecchie agli ingenui inglesi, «che per Freedom House l’Italia è settantatreesima per la libertà di stampa». Ma sì, siamo una quasi dittatura. Basta fare zapping, ascoltare una puntata di Annozero, per averne conferma; basta entrare in libreria dove sono ammonticchiati cumuli di tomi antiberlusconiani di Travaglio, leggere la centesima puntata del Noemigate su Repubblica, scrutare i filmati dell’Espresso sulle karaokeggianti feste di Villa Certosa, osservare l’Unità che riesce a trasformare Berlusconi in un mendicante che tenta di stringere la mano di Mister Obama.

La mafia, gli spaghetti, la pizza, il mandolino, la monnezza, il Padrino di Arcore. Finisce tutto nella grande sputacchiera dei giornaloni di Londra e dintorni che fanno a fette l’Italia, mentre i lo padroni ci colonizzano, ci trasformano in filiali dei loro imperi e accarezzano le nostre schiene con le loro penne acuminate come un tempo accarezzavano quelli dei sudditi con le canne di bambù.
Troppo facile per il capopopolo di Montenero fare opposizione in Parlamento. Non ne vale la pena: «L’Italia dei valori è l’unico partito di minoranza che svolge il ruolo di opposizione politica, senza eccezioni e senza incertezze». Sì, ma è meglio farlo lontano dai patrii confini, unendosi al coro funebre dei soloni che giudicano, dalle rive del Tamigi, chi sia «fit o unfit» a comandarci. L’abbaglio, il Di Pietro travestito da martire, può avere presa su chi già di suo scarica quotidianamente fango sulle nostre teste. Del resto in Francia hanno scambiato Cesare Battisti per un perseguitato politico, qualcuno penserà che Di Pietro sia l’unico baluardo di una democrazia malata. Come lo erano i fratelli Rosselli ai tempi del fascismo. Esuli in Francia, come lo è lui sui giornali di Sua Maestà.

Un politico italiano che fa opposizione all’Italia intera. Per i maestri di Londra dev’essere il massimo. E così l’ex poliziotto che brigava con i Gorrini e i D’Adamo, si ritroverà catapultato in qualche scodinzolante salotto inglese. Uno gnomo della City calerà sul suo testone anche l’aureola. In Italia invece eviti gli strafalcioni con cui ha una certa familiarità: le virgolette le tenga per sé e non per i sessanta milioni di connazionali.

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