Di Pietro s’inventa vittima dei poteri forti

L'ex pm celebra i 15 anni di congedo con l'ennesima versione delle dimissioni dalla magistratura: "Tre rogatorie, su Berlusconi, Vaticano e sugli Agnelli mi costarono il posto". Ma i fatti e la storia lo hanno smentito 

Di Pietro s’inventa vittima dei poteri forti

Milano - Toh, un’altra versione sull’addio alla toga: Antonio Di Pietro deve averne un armadio pieno e ogni tanto sfodera un nuovo racconto. Quando gli posero la domanda, in aula, a Brescia, balbettò parole inconcludenti. Non importa. L’ex Pm tira dritto e da 15 anni alimenta il giallo sulle dimissioni dalla magistratura, trasformando i propri difetti in virtù. Così ora autocertifica che lui fu un uomo tutto d’un pezzo, quasi un eroe, in un mondo opaco, dominato dai poteri forti. E lascia intendere che se ne andò, nel dicembre ’94, per aver toccato i fili del potere. Quello vero.

"Quello che è accaduto una sola volta a Boffo a me è successo 353 volte e se non avessi chiesto tre rogatorie internazionali, oggi sarei ancora in magistratura". Allora, 15 anni fa, vendeva un altro finale: "Mi tirano per la giacchetta". Come dire, vogliono incasellarmi, vogliono colorarmi, vogliono targarmi. Basta, me ne vado. Una spiegazione fumosa, fumosissima, mentre l’Italia intera, dal Quirinale all’ultimo disoccupato, stava col fazzoletto in mano e lo scongiurava di non lasciarla orfana. Oggi apprendiamo che andò in un altro modo. Gli toccò portare la croce delle rogatorie. "All Iberian, Ior, dove transitavano i fondi neri Montedison e Sacise, relativa ai conti esteri di Agnelli".

Per la verità quelle rogatorie ebbero alterne fortune ma comunque diedero i loro frutti: si scavò sullo Ior per via della maxitangente Enimont, i processi relativi ad All Iberian, ovvero Berlusconi, sono arrivati a sentenza, anche se falciati dalla prescrizione. Molti osservatori hanno invece criticato la Procura di Milano perché la Fiat di Cesare Romiti sarebbe stata trattata con i guanti bianchi, specie dopo una riunione con gli avvocati del Lingotto nell’ufficio di Borrelli nell’aprile ’93. In ogni caso, se il Tonino nazionale ha captato che qualcosa non quadrava perché non l’ha denunciato? Invece no, continua a denunciare le versioni precedenti sulla grande fuga, proprio al culmine della popolarità. L’Italia s’infiammava e si disperava, perdeva il suo gioiello planetario e lui ripeteva quella filastrocca scipita: "Mi tirano per la giacchetta".

Nessuno ci capì nulla e non è che col tempo si sia capito granché. I giudici di Brescia, però, a dispetto dei suoi silenzi e delle sue afasie, qualcosa hanno accertato. Francesco Maddalo, per esempio, parla di "fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare". Sì, sono le amicizie oblique con i Gorrini, i Rea, i D’Addamo, i prestiti, i soldi vorticosamente restituiti in una scatola di scarpe, la Mercedes e il telefonino. Tutte vicende che a Roma erano note: nulla, per quanto ha stabilito la magistratura sul piano penale, ma una macchia possibile sulla carriera del magistrato tutto d’un pezzo. E allora, fatti due conti sul proprio futuro, a dicembre ’94 Di Pietro toglie il disturbo e spicca il volo, pronto ad iniziare una nuova vita. Non importa che poche settimane prima, dopo aver azzoppato il Cavaliere con il famoso avviso di garanzia recapitato a Napoli, abbia detto: "Io a quello lo sfascio".

L’inchiesta più importante di Mani pulite proseguirà senza il suo primo pilota, lui si defila, fra abbracci commossi e frasi sibilline sulle giacchette. La toga è ormai troppo piccola per le ambizioni extralarge dell’ex Pm. Che scalpita a bordo del ring della politica e qualche settimana dopo, oplà, si presenta ad Arcore, proprio a casa di colui che doveva sfasciare, per contrattare una qualche poltrona. Il Pool freme d’indignazione, Borrelli lo scomunica minacciando di "buttarlo giù dalle scale", lui va a zigzag, la confusione aumenta. Polveroni. Aureole. Pianti. I suoi fan, che non hanno mai visto l’uomo ma il piedistallo che lo sorregge, intravedono ovunque manovre torbide per fermarlo, ma i giudici di Brescia stanno con i piedi per terra: "Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo". Altro che rogatorie o giacchette. Il magistrato ormai zoppo si trasforma in un amen in un leader politico.

"Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella prospettata attività politica". Insomma, dopo aver sedotto l’opinione pubblica a colpi di avvisi di garanzia e manette, Di Pietro ha elegantemente deciso di incassare il bonus della popolarità. Ma chissà, per il ventesimo o il trentesimo di Mani pulite, stirerà un’altra versione, estratta per l’occasione dal suo sterminato guardaroba.