Pil in calo, deficit in aumento: ma per fortuna il 2009 è finito

RomaL’Istat sigilla con le cifre finali l’annus horribilis 2009, chiuso col forte calo del prodotto interno lordo, l’incremento del deficit e del debito pubblico, l’aumento dei disoccupati e della pressione fiscale. Una recessione così non si vedeva dal 1971, quasi quarant’anni fa. Alle critiche del centrosinistra sulla presunta inazione del governo, risponde il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ricordando che sono state risolte 50 crisi aziendali, salvaguardando 40mila posti di lavoro.
Pil giù, come in Europa. La ricchezza complessiva prodotta l’anno passato è stata pari a circa 1.520 miliardi di euro, con una diminuzione del 5% rispetto al 2008. Cali analoghi del Pil si sono registrati in Germania, Giappone e Regno Unito; più contenuti in Francia (-2,2%) e Usa (-2,4%). La forte contrazione del commercio internazionale ha avuto ripercussioni molto negative sulle nostre esportazioni, che sono calate del 19,1%. In evidente diminuzione gli investimenti (-12,1%), in particolare nei macchinari e nei mezzi di trasporto. Hanno invece tenuto, tutto sommato, i consumi delle famiglie, che sono calati «solo» dell’1,9%. Il valore aggiunto è diminuito in tutti i settori dell’economia, ma a tassi differenziati: peggio di tutti è andata l’industria (-15,1%), seguita dalle costruzioni (-6,7%), dall’agricoltura (-3,1%) e dai servizi (-2,6%). La congiuntura negativa è confermata dai 9 mila fallimenti di imprese registrati dal Cerved, con un incremento del 23% sul 2008. Il Nordovest è l’area più colpita.
I conti pubblici tengono. Con l’economia reale in una simile recessione, inevitabili le ripercussioni sui conti dello Stato. Il deficit 2009 ha toccato il 5,3% del Pil, un livello elevato ma inferiore - e sarebbe la prima volta dall’entrata in vigore della moneta unica - alla media dell’Eurozona, che si avvia verso il 6%. Dunque, i conti hanno tenuto. Lo dimostra il confronto con altri importanti Paesi europei, dalla Gran Bretagna (deficit al 9%) alla Spagna (9,5%), senza poi contare il 12,7% della Grecia. La politica cauta del governo italiano ha permesso di limitare i danni, laddove altri Paesi hanno speso molto in aiuti pubblici che non hanno dato, alla fine, l’effetto sperato sulla crescita.
Lo scudo salva le entrate. Anche in Italia la spesa pubblica complessiva è aumentata, raggiungendo il 52,5% del Pil, mentre la pressione fiscale complessiva ha toccato il 43,2%. La spesa corrente ha raggiunto il 48,2%. Le prestazioni sociali sono aumentate del 5,1%, a causa del maggiore esborso per la cassa integrazione, per gli assegni di disoccupazione e per altri interventi a favore delle fasce più deboli, come il bonus straordinario per le famiglie a basso reddito. Anche le entrate fiscali sono diminuite, nonostante l’introito straordinario di 5 miliardi di euro dovuto allo «scudo fiscale»: le imposte dirette, come l’Irpef e l’Irpeg, sono calate del 7,1%, le indirette del 4,2% mentre i contributi sociali sono diminuiti dello 0,5%. Un dato, quest’ultimo, che conferma la tenuta delle retribuzioni di chi ha mantenuto il lavoro, compensando in buona parte la flessione degli occupati.
Meno occupati, più aiuti. L’anno passato (per la precisione, nel gennaio 2010 rispetto allo stesso mese del 2009) si sono avuti 260mila occupati in meno. Il tasso di disoccupazione ha toccato, sempre nel gennaio scorso, l’8,6%. La stabilità sostanziale tra i disoccupati di dicembre 2009 e di gennaio 2010 dimostra, dice il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «l’importanza dell’esteso impiego di ammortizzatori sociali, che ci consente di rimanere sotto la media dell’Eurozona».

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