Le pillole non bastano per fare libri stupefacenti

Il romanziere Morozzi fa da cavia per la rivista "Wired". E cinque autori "dopati" ci raccontano la loro esperienza

Le pillole non bastano per fare libri stupefacenti

«O si vive o si scrive», come si suol dire, ma in entrambi i casi un aiutino da parte della chimica non fa mai male. O forse sì. Vediamo.
Sull’ultimo numero di Wired appena uscito in edicola lo scrittore Gianluca Morozzi (dodici romanzi alle spalle, molti pubblicati da Guanda) si è prestato a un insolito esperimento: si è «bombato» di Ritalin per una settimana e ha raccontato la sua esperienza in un reportage sotto forma di diario. Scopo dell’esperimento era rispondere alla domanda: si può diventare più intelligenti impasticcandosi? E magari anche più artisti? Il famigerato Ritalin è un farmaco stimolante simile all’amfetamina, che negli Stati Uniti viene massicciamente distribuito, tra polemiche di ogni genere, per curare nei bambini la «sindrome da deficit dell’attenzione». Naturalmente, fin da subito, anche gli adulti ne hanno approfittato per migliorare le proprie prestazioni intellettuali.

L’effetto su Morozzi è stato il seguente: a metà pomeriggio del settimo giorno si è messo al computer e non si è più alzato, salvo per andare in bagno, per le successive quaranta ore. E ha scritto un romanzo. «Un intero romanzo - ci racconta. In due giorni! Centoventi cartelle! Ovviamente è la prima stesura, poi la rivedo senza Ritalin. Uscirà la prossima primavera. Ricordo che anche Kerouac ha scritto Sulla strada quasi in un’unica seduta, su un rotolo di carta, assumendo benzedrine. Il Ritalin mi ha dato una velocità e una facilità di scrittura incredibile, come se tutte le parole e tutte le idee coesistessero nella mia testa: si trattava solo di metterle sulla carta. Ma non ripeterò l’esperienza. Di solito ci metto tre mesi per abbozzare un romanzo, e non due giorni, e a me va bene così. Il Ritalin mi ha tolto il piacere della scrittura, il gusto di sistemare senza fretta le cose che in pagina non funzionano, magari prendendo tempo, uscendo di casa per distrarsi e rientrare poi con idee nuove».

Morozzi non è certo l’unico a essersi accostato a una scrittura «drogata» di Ritalin. Negli Usa, l’icona femminista Elizabeth Wurtzel scrisse nel 2002 un romanzo completamente dedicato al farmaco, di cui era dipendente: More, now, again, tradotto da Frassinelli l’anno successivo col titolo Vertigine.

«Personalmente - ci racconta il romanziere più lisergico d’Italia, Tommaso Pincio, pubblicato da Einaudi - credo che fantasia, tecnica e fatica siano più importanti di qualsiasi sostanza dopante. Non ci si può accostare alla scrittura in modo “viagresco”. Oltretutto, quando sei in uno stato alterato di coscienza l’ultima cosa che vuoi fare è scrivere. Magari prendi qualche appunto sulle sensazioni che provi, sulle associazioni mentali che ti capitano. Ma rileggendo tutto da lucido ti accorgi sovente che quello che sembrava oro è metallo scadente. C’è troppa mitologia intorno allo scrivere da drogati. Piuttosto, è lo stile di vita che queste sostanze presuppongono a essere un’esperienza preziosa per lo scrittore. Non è che ti cali un paio di anfetamine e guardi Porta a porta, no? Soprattutto con le sostanze psichedeliche quello che si cerca è un’esperienza di se stessi e degli altri che a priori è svincolata dalla scrittura. Soltanto dopo la puoi mettere sulla pagina, se la credi valida. L’ho fatto in La ragazza che non era lei e Un amore dell’altro mondo. Anche l’atto di procurarsi determinate sostanze - l’eroina non la vai certo a prendere dal tabaccaio - ti fornisce materiale narrativo: incontri, situazioni, drammi. Ma sarebbe troppo stupido mettersi su quella strada appositamente per scriverci su. Nemmeno Burroughs l’ha fatto. Negli stati alterati della coscienza - e li puoi raggiungere anche facendoti troppo di aspirina, se è per questo - lo scrittore non può trovare nessuna parola che gli possa essere davvero utile. Piuttosto trova dolore: come vediamo nei Ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. e nella vita di Burroughs, che da “fatto” sparò alla moglie uccidendola. Burroughs è uno dei pochi scrittori drogati morti vecchi, forse per via di una sua disumanità di fondo che lo proteggeva dai sensi di colpa. Philip Dick, Kerouac o Foster Wallace sono invece morti giovani, quest’ultimo suicida dopo lunghe dipendenze da droghe e psicofarmaci. Ne parla nei suoi romanzi».
«Quello della droga alla scrittura - ci dice Tommaso Labranca del quale sta per uscire il romanzo epistolare Diamonds are for Eva (Excelsior 1881) - è un apporto completamente inutile. Vista l’enorme diffusione della cocaina tra avvocati e muratori, dovremmo avere un capolavoro al giorno. E invece. Fellini, che provò l’Lsd, disse che durante il “trip” aveva visto cose inferiori a quelle che vedeva con la fantasia. La droga è solo una posa. Che quando si diventa un po’ vecchi deve cessare, per non entrare nel patetico che descrivo nel Piccolo isolazionista (Castelvecchi): persone che alle sette di sera mangiano la pastina coi genitori e poi vanno a sballarsi, piccoli emuli dei Joy Division alla periferia di Milano».

Eppure certi farmaci come gli psicotropi, che a differenza del Ritalin «rallentano» i processi interiori e curano l’ansia, possono essere utili alla scrittura: «Ne convengo - ci dice Giorgio Todde che sull’argomento ha pubblicato il romanzo Dieci gocce (Frassinelli) -. Anch’io, medico e scrittore, ho trovato qualche volta aiuto proprio negli ansiolitici. Questa cosa mi ha ispirato: mi sono accorto che esistono numerosi romanzi sulla depressione, ma pochissimi sull’ansia, sul panico. Così ho scritto Dieci gocce. Rallentare le attività interiori è cosa più vicina alla nostra fisiologia che accelerarle. E favorisce un’attenzione al piccolo, ai dettagli, che al romanziere è utile. E poi ho una certa stima degli ansiosi: l’ansioso vero è quello che se l’aereo cade cerca di tirarlo su. È uno che non si arrende agli eventi».

«L’esperimento di Morozzi - commenta infine Giuseppe Genna, prolifico romanziere e autore pure di alcune intense riflessioni sugli psicofarmaci - è un gesto antiletterario. Non bastasse, il Ritalin serve a curare una sindrome che non esiste: è una paurosa operazione commerciale. Mi dispiace quando un artista, uno scrittore - cioè un umanista - entra spettacolarmente dentro la finzione della tecnologia, una finzione che non è per nulla artistica. Lasciamo che siano i giornalisti come Christopher Hitchens a sperimentare per esempio il waterboarding e a farci un reportage. Gli scrittori sono altro, non sono figure polivalenti di questo tipo. Pasolini scrive Petrolio sul Ritalin, non va a provarlo. Questo esperimento mi dice che l’umanismo di oggi è fuori dal dibattito vero e tenta di entrarci dalla porta dello spettacolo. Raffazzonando, per esempio, questa autofiction all’interno del ventre per nulla molle della farmacopea».

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