da Venezia
Et voilà, l'altra Biennale. Come d'habitude, Monsieur Pinault - o meglio la sua leggendaria Collection - in questa stagione gioca le sue carte migliori negli spazi espositivi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, tra i pochi per cui l'aggettivo iconico non risulti logoro.
È un poker d'assi, a questo giro. Con sapiente anticipo rispetto all'apertura della Biennale Arte (il prossimo 9 maggio), la Pinault Collection si conferma non solo barometro delle tendenze del mercato (peraltro traballante, causa guerre), ma tappa imprescindibile per capire lo stato dell'arte, oggi. E se a Parigi, dove ha casa alla Bourse, la Collection ha puntato tutto su una grande mostra sul tema del chiaroscuro, a Venezia la scelta è su quattro mostre monografiche che formano un "arcipelago espositivo" geograficamente (e politically) correct. "In risonanza con quanto accade nel mondo", ci ha detto Bruno Racine, direttore e ad di Palazzo Grassi-Punta della Dogana. L'asso di cuori - quello che non può non piacere e commuovere - è l'artistar keniota-britannico Michael Armitage, poco più di 40 anni e un lavoro che denuncia conflitti, abusi e crisi migratorie attraverso 150 opere ipercolorate (titolo: The Promise of Change). La sua tecnica, va detto, è sopraffina: lavora su un tessuto ricavato da una corteccia d'albero che regala un fondo irregolare e cangiante. Il tutto funziona parecchio (Armitage rende anche bene sui social). Al secondo piano, l'indiano Amar Kanwar presenta installazioni (nella foto), di cui una di 28 min accompagnata da musica classica del suo Paese (non per tutti, diciamo). A Punta della Dogana un luogo che porta bene alle mostre: qui tutto è benedetto dalla luce della laguna - l'altro asso di peso: in collaborazione con il MET di New York e con l'accorta curatela nientemeno che di Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection, arriva per la prima volta in Europa una mostra dedicata all'artista e fotografa Lorna Simpson, che nel 1990, appena trentenne, fu tra le prime afroamericane a esporre all'Arsenale. La sua Third Person ragiona sulle falle della rappresentazione, sulla memoria e sull'instabilità del reale: una cinquantina di opere tra pitture che colano su stampa fotografica (struggenti: sono i pezzi migliori), sculture e collage compongono la mostra perfettissima per questi nostri tempi. Al piano superiore il poker si completa con il brasiliano Paulo Nazareth, noto per le sue epiche camminate attraverso le Americhe e l'Africa (non verrà in Europa, ha ribadito, finché non avrà completato tutto il giro). La sua Algebra parla di colonizzazione e fratture: c'è anche del sale per terra (nessuna superstizione) a disegnare una nave (negriera) che funge, e questo è interessante, da metafora di salvezza.
Alla vigilia di una
Biennale sintonizzata sui sussurri del mondo (In minor keys, in tonalità minore, è il titolo voluto dalla direttrice Koyo Kouoh), Pinault Collection sceglie il megafono dell' artivismo. In Laguna, e solo qui, tutto si tiene.