La pirateria ha creato ventimila disoccupati

La società di ricerche Tera Cons. ha diffuso uno studio sull’impatto della pirateria digitale per l’economia del lavoro in Europa. Le industrie del cinema, serie tv, musica e software hanno registrato perdite pari a 10 miliardi di euro e 185 mila posti di lavoro. In Italia i danni sono stati di 1,4 miliardi di euro con 22.400 mila posti di lavoro persi. Dati preoccupanti che riguardano settori rilevanti per l’economia dei media.
Secondo lo studio, le industrie creative hanno contribuito per il 6,9% o circa 860 miliardi di euro al Pil dell’Unione Europea, con una quota del 6,5% dell’occupazione, pari a circa 14 milioni di lavoratori. In assenza di cambiamenti significativi nelle politiche governative, considerata la crescita delle perdite legate alla pirateria, si prevede che i posti di lavoro persi annualmente siano definitivi. La perdita secca per l’Unione Europea sarebbe di circa 610 mila unità entro il 2015, rispetto ai poco più di 185 mila nel 2008.
In un altro scenario, che tiene conto sia di streaming online che p2p ovvero l’impatto massimo della pirateria digitale, si prevede che il traffico dei consumatori sulle reti internet cresca più del 24%. Se la crescita della pirateria digitale nell’Unione Europea dovesse allinearsi su questo dato, il settore registrerebbe nel 2015 perdite per 56 miliardi contro i 10 miliardi del 2008. Posti di lavoro persi non compensati dalle professionalità che nascono grazie alle opportunità della rete e questo perché fino ad oggi internet non ha avuto uno sviluppo naturale dettato dall’innovazione in un contesto competitivo e sereno. Pensiamo solo alla musica: l’industria ha oggi una risposta in nuovi modelli distributivi, tipo iTunes, resta però un competitor senza regole: la pirateria. L’alternativa illecita, con punte fino al 95% della musica distribuita sulle reti digitali, è la grande incognita nel futuro sviluppo dei media. Se i governi non si impegneranno, il mercato non potrà consolidarsi. La musica è stata la prima a trovarsi di fronte alla diffusione senza regole che sta colpendo oggi anche altri settori. Spesso si afferma che internet deve essere libero, che l’accesso all’informazione deve essere salvaguardato, che tutti devono poter esprimere il proprio pensiero. Questo è corretto, ma non può trovare giustificazione nell’abuso di tali diritti. Non è censura quando un giudice «spegne» o limita l’accesso ad un sito che offre musica o film illegalmente. In Francia è stata adottata una normativa che mette al primo posto la tutela della cultura rispetto al diritto di accedere indiscriminatamente ai contenuti, fino a giungere al distacco di internet a coloro che scambiano contenuti illeciti. Nel Regno Unito il «Digital Economy Bill», oltre ad una politica per la diffusione di internet tra i cittadini, detta le regole per combattere la pirateria. I dati sui posti di lavoro persi nel settore creativo per la pirateria sono solo la faccia più drammatica, quella sociale, dei danni. Ma ve ne è un’altra: la riduzione degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi talenti.
* Presidente Fimi

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