La guerra dei dazi scatenata da Donald Trump avrebbe dovuto rallentare la corsa della globalizzazione e riequilibrare i rapporti a favore degli Stati Uniti. Ma, almeno finora, l'effetto sembra essere diverso: il commercio internazionale non si è fermato, gli scambi non si sono contratti ma hanno cambiato rotta. E il conto da pagare è rimasto in larga parte negli Usa.
È questa la fotografia scattata dal governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta (in foto), e consegnata ieri alla platea dell'Assiom Forex, riunita al Palazzo del Casinò del Lido di Venezia. I numeri, ha osservato Panetta, raccontano una realtà meno lineare di quella evocata dalla retorica protezionista. Nonostante l'introduzione dei dazi, lo scorso anno «il commercio internazionale è cresciuto del 4%, un ritmo superiore a quello del Pil mondiale e doppio rispetto alle attese». Un risultato sostenuto dall'applicazione di dazi inferiori rispetto a quelli inizialmente annunciati e dall'assenza di ritorsioni generalizzate, che hanno attenuato l'impatto sulla domanda globale. Sul fronte dei costi, le stime indicano che «l'onere dei dazi sarebbe finora ricaduto soprattutto sull'economia statunitense». Gli esportatori stranieri ne avrebbero sostenuto solo una quota limitata, attorno al 10%. In una prima fase, l'impatto è stato assorbito dai margini di profitto delle imprese americane; successivamente è stato trasferito in parte ai consumatori finali. Non a caso, i dazi «avrebbero contribuito per più di mezzo punto percentuale all'inflazione», che resta superiore all'obiettivo della Federal Reserve. Questo non significa che i dazi siano rimasti senza effetti sul resto del mondo. «Gli oneri ha spiegato Panetta - si sono distribuiti tra più Paesi, inclusa la Cina», le cui imprese hanno ridotto i prezzi di vendita per ampliare l'accesso a mercati alternativi. Allo stesso tempo, la ricomposizione geografica degli scambi ha attenuato l'impatto delle misure sui volumi complessivi: le catene del valore si sono adattate, ridisegnando rotte e fornitori. Panetta invita, dunque, a evitare letture radicali. La configurazione degli scambi per blocchi non si è dissolta e una rottura dei legami economici tra gli Usa e i loro alleati storici appare difficile da ipotizzare.
Nel suo intervento, il governatore ha dato spazio anche al futuro del sistema monetario su cui pesa la crisi del multilateralismo. Il dollaro mantiene una posizione dominante, rappresentando circa il 60% delle riserve ufficiali globali, mentre l'euro costituisce il secondo pilastro. La crescente digitalizzazione, con la diffusione delle stablecoins, potrebbe rafforzare ulteriormente il ruolo del dollaro, ma solleva interrogativi sulla stabilità finanziaria e sulla sovranità monetaria. Per questo, ha aggiunto, «il progetto di euro digitale mira a tutelare il ruolo della moneta pubblica».
Il messaggio conclusivo del numero uno di Bankitalia è di realismo e responsabilità: «Qui a Venezia, una città che ha fondato la propria grandezza sull'apertura e sugli scambi tra culture e mondi diversi, la storia ci ricorda che l'apertura non è debolezza, ma lungimiranza. Cooperare, rispettare regole comuni, guardare oltre il breve periodo non è un retaggio del passato, ma la condizione per governare il futuro», ha concluso Panetta.