Dal concordato preventivo le risorse per il nuovo fisco

Se il gettito toccasse 4 miliardi, sarebbe possibile abbassare l’aliquota del 43% oppure ripensare gli sgravi per i ceti medi

Dal concordato preventivo le risorse per il nuovo fisco
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Il concordato preventivo biennale è la leva attraverso cui sarà possibile realizzare un nuovo modulo della riforma fiscale per aiutare i redditi fino a 50mila euro, tema sollevato dal viceministro Maurizio Leo nell’intervista di ieri al Giornale. Come rilevato dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, infatti, sopra i 35mila euro di reddito annuo lordo (soglia ove si perde il beneficio del taglio del cuneo) e fino a 50mila euro il taglio dell’Irpef viene ridimensionato dai maggiori oneri contributivi da versare. Sopra i 50mila euro si va a cozzare con l’aliquota Irpef del 43% che proprio nell’intorno del valore soglia crea effetti distorsivi con un aumento notevole dell’imposta dovuta, aggravata anche dal taglio delle detrazioni di 240 euro, ovviamente spese sanitarie escluse.

Proprio queste asimmetrie sono state oggetto delle recenti dichiarazioni del viceministro dell’Economia. «L’aliquota marginale del 43% si sostanzia in un 50% per i soggetti che arrivano a 50mila euro, si tratta di un prelievo troppo pesante che poi induce all’evasione», ha detto alludendo sia a una rimodulazione che a un futuro abbattimento di un’ulteriore aliquota per portarle a due solamente. L’intervento ipotizzabile per il 2025, tuttavia, non potrà prescindere dall’utilizzo dell’extragettito che proverrà dalla principale innovazione realizzata dall’amministrazione fiscale: il concordato preventivo biennale. Il decreto delegato varato di recente dal Parlamento non cifra le risorse che proverranno dall’accordo tra Agenzia delle Entrate, imprese e autonomi. Nelle prime versioni si puntava a un incasso di 1,8 miliardi, ma poiché la platea è stata allargata - includendo sia coloro che si trovano al di sotto del punteggio Isa 8 sia i forfettari - è lecito aspettarsi un potenziale raddoppio verso i 4 miliardi.
Ulteriori introiti potranno giungere dall’accelerazione sulla compliance spontanea che proprio il viceministro Leo ha voluto incentivare. Si tratta della sollecitazione «gentile» delle Entrate ad adeguare le dichiarazioni ai parametri sempre più affinati con cui sono scrutinate. Aumento dei controlli nei confronti di chi cerca di sfuggire al Fisco, rateazioni più semplici e uso dell’intelligenza artificiale potrebbero far ulteriormente incrementare il recupero record di 31 miliardi conseguito nel 2023.

Ci sarebbero anche circa 4 miliardi già stanziati in un fondo ad hoc creato con la delega fiscale e derivanti dalla cancellazione dell’Ace (aiuto alla crescita economica). È probabile, tuttavia, che quelle risorse vengano utilizzate confermare le misure dell’anno scorso il cui costo complessivo - tra taglio del cuneo e riforma Irpef - è di circa 15 miliardi. In ogni caso, i futuri interventi dovranno essere autofinanziati perché il ritorno in vigore del Patto di Stabilità non consentirà il ricorso all’extradeficit per intraprendere queste misure di spesa (intesa come diminuzione del gettito).

Definita l’entità delle risorse disponibili, si passerà a definire l’intervento. Le possibilità sono fondamentalmente due. La prima è ritoccare al ribasso l’aliquota Irpef del 43% introducendo, tuttavia, una nuova franchigia per i redditi superiori a una determinata soglia di reddito, che sarà probabilmente fissata al di sotto dei 70mila euro. Al di sopra di quella fascia di reddito, infatti, si trova circa il 4% dei 31 milioni di contribuenti ma quasi il 30% dei 175 miliardi di gettito.

L’altra strada, invece, è quella di introdurre degli sgravi ad hoc per abbassare l’imposta sulla fascia di contribuenti finora penalizzata. Il cammino per la flat tax sarà, invece, ancora lungo e quindi il 14% di contribuenti sopra i 35mila euro continuerà a pagare il 62% di quest’imposta che trasferisce ricchezza ai redditi bassi.

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