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Decreto PNRR, salari e certezza del diritto: perché la battaglia contro il decreto è un boomerang

Opposizioni e sindacati parlano di regalo alle imprese, ma la norma del PNRR tutela chi ha rispettato i contratti collettivi. Senza regole certe sul costo del lavoro, il rischio è far fallire aziende sane e perdere migliaia di posti (100mila solo nella sicurezza)

Decreto PNRR, salari e certezza del diritto: perché la battaglia contro il decreto è un boomerang
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Il provvedimento del governo sugli standard retributivi dei contratti collettivi di lavoro inserito nella bozza del decreto-legge PNRR attesa oggi al Consiglio dei ministri, è diventato in poche ore oggetto di una campagna politica e sindacale. Una narrazione che parla di “regalo alle imprese” e di “compressione dei diritti dei lavoratori”, ma che rischia di ignorare il punto centrale della norma: la tutela della certezza del diritto e, con essa, della sopravvivenza di migliaia di aziende e posti di lavoro.

Il cuore della misura è l’articolo 18 del decreto, che interviene sul nodo della retribuzione “giusta”. Il provvedimento prevede che il giudice possa, come ora, continuare ad accertare l’inadeguatezza di una retribuzione e possa imporre il pagamento di differenze retributive o contributive per il passato, ma solo nel caso in cui l’impresa non abbia applicato un contratto collettivo nazionale stipulato dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative.

Nessun regalo, perciò alle imprese che applicano la contrattazione collettiva legittima. Forte rischio di penalizzazione invece per quelle che applicano contratti “pirata”, non rappresentativi, incoerenti con il settore economico o privi di tutele equivalenti. Il perimetro è chiaro: la tutela riguarda esclusivamente chi ha rispettato le regole del sistema di relazioni industriali e torna a dare forza alla contrattazione legittima rispetto a quella pirata.

Il contesto in cui nasce questa norma è decisivo. Le sentenze della Corte di Cassazione dell’ottobre 2023 hanno infatti ampliato in modo significativo la possibilità di una rideterminazione giudiziale della retribuzione, con effetti anche sugli anni passati. Una svolta interpretativa che, pur animata dall’intento di rafforzare le tutele salariali, ha aperto invece un fronte di forte incertezza e rischio per l’intero sistema economico.

La domanda che ci si pone è semplice: come si può penalizzare un’azienda che ha applicato un contratto collettivo di lavoro firmato dai sindacati maggiormente rappresentativi? Come si può penalizzare chi ha applicato il contratto prescritto negli appalti pubblici e che il ministero del Lavoro stesso utilizza per elaborare le tabelle di riferimento per la congruità delle tariffe? E ancora, come si può chiedere a un’impresa di farsi carico oggi di costi del lavoro che nessuno era in grado di prevedere ieri?

È questo il nodo che sembra sfuggire a chi protesta. Paradossalmente, la norma predisposta dal governo assume come parametro proprio quei contratti collettivi di lavoro sottoscritti dalle stesse organizzazioni che oggi la contestano, attribuendo loro un ruolo centrale nel delimitare gli effetti delle decisioni giudiziali.

Contestare questa impostazione significa, di fatto, mettere in discussione il valore stesso della contrattazione collettiva come strumento di regolazione dei rapporti di lavoro oltre che penalizzare ingiustamente anche

quelle imprese che hanno agito correttamente, in assenza di alternative, con conseguenze serie anche dal punto di vista occupazionale. Insomma, chi voleva tutelare il lavoro, rischia purtroppo di metterlo in pericolo.

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