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Barricate, bazar chiusi e la rabbia dell'Iran: la lunga notte del regime degli ayatollah

Dalle piazze in fiamme agli scioperi dei bazar, l’Iran entra in una fase di frattura profonda. La repressione si intensifica, ma il patto tra Stato e società sembra spezzato e il tempo non gioca più a favore del regime

Barricate, bazar chiusi e la rabbia dell'Iran: la lunga notte del regime degli ayatollah

Ci sono giorni in cui la storia smette di essere una categoria accademica e torna a essere rumore. Voci che si sovrappongono, vetri che esplodono, slogan gridati senza microfono. Il 9 novembre 1989 aveva il suono del cemento che si sbriciola. Il 14 luglio 1789 quello dei cancelli forzati. Oggi, nelle notti dell’Iran, la storia ha il crepitio degli incendi e il silenzio improvviso di internet che si spegne.

In Occidente continuiamo a chiamarla “ondata di proteste”. Un’espressione prudente, quasi igienica. Ma chi guarda davvero quello che sta accadendo nelle città iraniane sa che questa non è più una protesta. È una frattura. All’inizio c’era il denaro che non vale più nulla. Il rial che si sbriciola, i prezzi che salgono ogni mattina come una cattiva notizia ricorrente. Pane, carburante, affitti. Le rivoluzioni partono sempre così, dalla cucina e dal portafoglio. Ma poi succede qualcosa. Il linguaggio cambia. Le richieste diventano rifiuto. E il rifiuto diventa sfida.

A Teheran, nei quartieri popolari, le manifestazioni non si sciolgono più al primo cordone di sicurezza. Restano. Aspettano. Quando arrivano i Basij, non arretrano. Bruciano le moto, ribaltano i mezzi, costringono le forze repressive a scappare. A Naziabad i blindati vengono abbandonati in strada come carcasse inutili. Non è eroismo, è stanchezza. È la sensazione collettiva che non ci sia più nulla da perdere.

A Mehrabad una base dei Basij viene data alle fiamme dopo che le forze di sicurezza tentano di disperdere un corteo. Il fuoco sale veloce, senza esitazioni. Le immagini, quando riescono a filtrare prima del blackout, mostrano ragazzi giovanissimi. Non hanno l’aria dei rivoluzionari professionisti. Sembrano studenti, apprendisti, disoccupati. È questo il dettaglio che spaventa di più il regime: non c’è un’avanguardia riconoscibile da decapitare.

A Isfahan il bersaglio è più simbolico. Brucia la sede della televisione di Stato. Non un ufficio qualunque, ma la voce del regime. È un gesto politico netto: non vogliamo più essere raccontati da voi. È la stessa logica che portò i parigini alla Bastiglia, più simbolica che strategica. Colpire il luogo che rappresenta il potere, non quello che lo rende efficiente.

A Gorgan e Lordegan vanno in fiamme gli edifici governativi. A Lordegan, però, la risposta è immediata e brutale. Le forze di sicurezza aprono il fuoco. Otto morti in due giorni. I nomi circolano sottovoce, perché internet è spento e parlare è pericoloso. Eppure la città non arretra. Le strade vengono bloccate per impedire l’arrivo di rinforzi. È una scena che sembra uscita da un’altra epoca: barricate improvvisate contro uno Stato armato.

Il regime prova a riprendere il controllo spegnendo la luce. Internet cade quasi ovunque. È una mossa che conosciamo bene. Tagliare la rete per isolare, per far sparire le prove, per restituire al potere il monopolio del racconto. Ma qualcosa non funziona più come prima. Le notizie filtrano comunque. I telefoni satellitari, le reti informali, il passaparola. La repressione resta, il silenzio no.

A Kermanshah compaiono uomini che non parlano persiano. Testimoni raccontano di miliziani arabofoni schierati accanto alle forze iraniane. È un passaggio chiave. Quando un regime chiama forze straniere per reprimere i propri cittadini, ammette implicitamente di non fidarsi più dei suoi. È successo altre volte nella storia. Non è mai finita bene.

In alcune zone lo scontro diventa diretto. A Sarableh un centro delle Guardie della Rivoluzione viene occupato. A Varamin, dopo che una donna viene ferita durante una sparatoria, la folla reagisce. Due agenti muoiono negli scontri. Non è un dettaglio secondario: significa che il confine tra repressione e guerra civile inizia a essere sfocato. E intanto, mentre le strade bruciano, i bazar chiudono. A Teheran, a Tabriz, in Kurdistan. Le saracinesche abbassate hanno un peso politico enorme in Iran. È il segnale che il patto tra Stato e società è rotto. Che il commercio, storicamente prudente, sceglie la paralisi invece della neutralità.

Questa è forse la parte meno raccontata in Occidente. Perché lo sciopero generale non ha immagini spettacolari. Non fa rumore. Ma è ciò che trasforma una rivolta in una crisi di sistema. Senza economia, la repressione diventa insostenibile. Eppure, da qui, tutto questo viene osservato con cautela. Come se si avesse paura di chiamare le cose con il loro nome. I commentatori parlano di instabilità, di rischio, di incertezza. Tutto vero. Ma ogni grande svolta storica è stata instabile, rischiosa, incerta. Anche la caduta del Muro. Anche la Rivoluzione francese, che infatti non portò subito libertà ma anni di sangue.

Forse è questo che frena. La consapevolezza che, se il regime iraniano crolla, non ci sarà un lieto fine immediato. Ci sarà un vuoto. E i vuoti fanno paura. Ma la storia non offre alternative ordinate. Offre solo scelte tardive. Nelle piazze iraniane si canta “né Scià né mullah”. È una formula semplice, ma radicale. Significa rifiutare il passato e il presente insieme. Significa non voler tornare indietro e non voler più restare fermi. È la frase che, più di tutte, segna il punto di non ritorno.

Quando una società arriva lì, quando rifiuta tutte le legittimità precedenti, il regime può ancora vincere delle battaglie. Può sparare, arrestare, oscurare. Ma ha già perso la guerra del tempo. E il tempo, quando cambia lato, non torna indietro.

Forse tra anni diremo che tutto è cominciato in questi giorni di gennaio.

O forse diremo che erano solo i primi segnali. Ma una cosa è certa: quello che sta accadendo in Iran non è una parentesi. È una crepa profonda nella storia del mondo. E ignorarla, per timidezza o convenienza, non la farà richiudere.

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