Politica estera

Così Julian Assange e WikiLeaks hanno salvato la libertà di informazione

Su gentile concessione dell'editore pubblichiamo un estratto del saggio di Nils Melzer, "Il processo a Julian Assange - Storia di una persecuzione", pubblicato da Fazi e dedicato al calvario giudiziario del fondatore di WikiLeaks

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Su gentile concessione dell'editore pubblichiamo un estratto del saggio di Nils Melzer, "Il processo a Julian Assange - Storia di una persecuzione", pubblicato da Fazi. Nel libro l'ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti parla della sfida lanciata dal fondatore di WikiLeaks con le sue rivelazioni a partire del 2010 e sul suo ruolo per la trasparenza e l'informazione occidentale. Ma anche del conseguente calvario che ha dovuto affrontare per le sue coraggiose rivelazioni e che è ancora in corso. Buona lettura!

Per come la vedo, WikiLeaks si può assimilare a una valvola di sicurezza per la società. Se un impiegato che lavora per un governo o per un’azienda diventa testimone di irregolarità, magari la prima cosa che fa è voltarsi dall’altra parte; ma se l’illecito è abbastanza serio, alla fine il suo silenzio lo porterà a un dilemma morale insopportabile che gli farà dire: «Non ce la faccio più, non posso tenere solo per me quello che sono venuto a sapere, devo trovare un modo per liberarmi di questo onere morale».

Se però quel governo o quell’azienda non riescono a offrire al loro interno strutture e procedure per poter ovviare in maniera adeguata a quei problemi legali e morali, alla fine la pressione diventa eccessiva e la valvola di sicurezza comincia a fischiare per dare l’allarme: l’impiegato diventa letteralmente uno che fa un fischio, appunto un whistleblower, come si dice in inglese. A costoro, WikiLeaks mette a disposizione un meccanismo che garantisce il massimo anonimato possibile.

Quindi, grazie alla valvola di sicurezza di WikiLeaks, le informazioni trovano il modo di raggiungere l’opinione pubblica, ma, al contrario di quello che avviene nel giornalismo tradizionale, sono sottoposte a un processo redazionale minimo. Diversamente da quanto spesso si sostiene, WikiLeaks oscura le informazioni che possono mettere in pericolo singoli individui e che non sono ancora accessibili pubblicamente per altre vie, mentre tutto il resto viene sostanzialmente reso disponibile nella versione originale sulla quale non è stato effettuato alcun intervento.

Nel 2010 i media che collaboravano con WikiLeaks hanno dato un valido contributo nel separare le informazioni di interesse pubblico dalle banalità. Allo stesso tempo, però, si è visto che evidentemente il giornalismo tradizionale non soddisfaceva più le funzioni sociali indispensabili del “quarto potere dello Stato”: verificare i pesi e contrappesi tra i vari settori dello Stato e informare l’opinione pubblica dei difetti a livello di sistema e di ciò che comportano per il cittadino medio, affinché quest’ultimo possa intraprendere l’azione necessaria a porvi rimedio attraverso il processo democratico.

Ovviamente, anche un’organizzazione che punta alla trasparenza assoluta deve muoversi in maniera responsabile. Va però sottolineato che il governo statunitense non ha mai dimostrato le sue affermazioni, ovvero che delle persone sarebbero state danneggiate dalle rivelazioni fatte da WikiLeaks. In realtà, nel 2010, in una sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’allora vicepresidente americano Joe Biden ammise addirittura che le pubblicazioni di WikiLeaks non avevano causato «danni sostanziali» al suo governo, a parte un certo «imbarazzo». Ma chiaramente le informazioni che trapelavano erano
ben più che imbarazzanti: mettevano in pericolo l’impunità di ufficiali a tutti i livelli della catena di comando riguardo a crimini di guerra, torture e corruzione.

Come per ogni valvola di sicurezza, WikiLeaks non è il problema, ma soltanto un sintomo visibile di difetti che hanno radici più profonde: il vero problema sono sempre i crimini commessi e non il fatto che vengano svelati. Eppure all’opinione pubblica viene comunicato proprio il contrario. Già solamente per il fatto di esistere, WikiLeaks mette in questione tutto un sistema di gestione basato sulla segretezza, un modo di fare affari che si è radicato in profondità: note diplomatiche segrete, confini cancellati tra interessi pubblici e privati, corruzione all’ordine del giorno, clientelismo, abuso di potere.

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