Gli Stati Uniti annunciano l’avvio di una nuova e delicata fase per il futuro della Striscia di Gaza. A renderlo noto è stato Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Donald Trump, che in un messaggio pubblicato su X ha ufficializzato l’inizio della Fase Due del piano internazionale “per porre fine al conflitto di Gaza”, segnando il passaggio dal cessate-il-fuoco alla smilitarizzazione, alla governance tecnocratica e alla ricostruzione.
Secondo quanto illustrato da Witkoff, il cuore della nuova fase è la creazione di un’amministrazione palestinese di transizione a carattere tecnico, il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (Ncag), incaricato di guidare il territorio durante il periodo post-bellico. Un organismo, quest'ultimo, che potrebbe vedere la luce la prossima settimana a Davos e di cui farebbero parte tutti i principali leader europei. Il piano prevede inoltre l’avvio della completa smilitarizzazione della Striscia, con il disarmo di tutto il personale non autorizzato. Washington, ha avvertito l’inviato, si aspetta che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi, incluso l’immediato rilascio dei resti dell’ultimo ostaggio deceduto, sottolineando che il mancato rispetto comporterebbe “gravi conseguenze”.
L’iniziativa statunitense ha incassato il sostegno della Presidenza palestinese, che fa capo all’Autorità Nazionale Palestinese con sede a Ramallah. Ramallah ha confermato il proprio appoggio alla formazione del comitato palestinese per l’amministrazione di Gaza, definendolo una fase di transizione inserita negli sforzi internazionali per consolidare la ricostruzione. Allo stesso tempo, la Presidenza ha messo in guardia contro il rischio di nuove divisioni istituzionali, chiedendo che non vengano creati assetti amministrativi o di sicurezza tali da consolidare frammentazioni tra Cisgiordania e Striscia.
Nella nota ufficiale viene ribadito lo stretto coordinamento con Witkoff, con Jared Kushner e con l’ex inviato Onu Nickolay Mladenov, indicato come possibile alto rappresentante di un futuro Consiglio di Pace. La leadership palestinese ha inoltre ringraziato il presidente Trump e i Paesi mediatori – Egitto, Qatar e Turchia – per aver contribuito a creare le condizioni politiche e diplomatiche per superare la crisi.
Parallelamente alla transizione a Gaza, Ramallah sollecita misure immediate anche in Cisgiordania: la fine delle operazioni militari israeliane, il blocco dell’espansione dei coloni, lo sblocco dei fondi palestinesi trattenuti e la tutela della soluzione dei Due Stati. Un appello che si accompagna all’invito rivolto a tutte le fazioni palestinesi, alle istituzioni nazionali e alla società civile affinché agiscano con senso di responsabilità storica per garantire il successo della fase di transizione. Sulla stessa linea si è espresso il vicepresidente dello Stato di Palestina, Hussein Al-Sheikh, che ha ribadito la necessità di preservare la cessazione della guerra, accelerare l’ingresso degli aiuti umanitari, riaprire i valichi, garantire il ritiro israeliano e salvaguardare l’unità della terra e del popolo palestinese.
Un ruolo centrale nel processo lo sta giocando l’Egitto. Dal Cairo, il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha annunciato il raggiungimento di un accordo sui nomi dei 15 membri del comitato tecnico che amministrerà Gaza secondo il piano statunitense, notizia riportata dall’emittente Al-Arabiya. L’annuncio ufficiale del comitato è atteso a breve.
Alla guida del governo temporaneo di Gaza dovrebbe esserci Ali Shaath, ingegnere civile di 68 anni, nato a Khan Younis e formatosi tra Egitto e Regno Unito. Specialista in pianificazione infrastrutturale e sviluppo urbano, Shaath ha ricoperto per anni incarichi tecnici di alto profilo all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese, mantenendo un profilo lontano dalla politica di partito pur provenendo da una famiglia storicamente legata a Fatah.
Witkoff ha infine rivendicato i risultati della Fase Uno, che avrebbe garantito aiuti umanitari “di portata storica”, il mantenimento del cessate-il-fuoco e la restituzione di tutti gli ostaggi ancora in
vita, oltre alle spoglie di ventisette dei ventotto ostaggi deceduti. Risultati che, secondo Washington, aprono ora la strada alla ricostruzione di Gaza e a un nuovo assetto politico e di sicurezza per il dopo-conflitto.