Regna l’incertezza sul vertice tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping. Previsto a Pechino tra il 31 marzo e il 2 aprile, il summit avrebbe dovuto rafforzare la tregua commerciale raggiunta tra Usa e Cina nell’ottobre scorso, dopo mesi di tensioni sui dazi e sulla competizione tecnologica, ma ora rischia di saltare.
A mettere in forse il viaggio è stato lo stesso capo della Casa Bianca in un’intervista al Financial Times, affermando che la visita "potrebbe essere rinviato". La dichiarazione arriva mentre Washington chiede a diversi Paesi – tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e Francia – di contribuire con navi militari alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran dopo l’attacco americano.
Secondo il tycoon, i Paesi che dipendono dalle rotte energetiche del Golfo dovrebbero assumersi una parte della responsabilità nel garantire la navigazione. "È semplicemente necessario che Paesi che traggono beneficio dallo Stretto di Hormuz aiutino" a mantenerlo sicuro, ha dichiarato, ricordando che Bruxelles e Pechino dipendono dal petrolio della regione più degli Stati Uniti. Il presidente ha anche avvertito che una risposta negativa degli alleati europei "sarebbe molto negativa per il futuro della Nato". Riferendosi alla Cina ha aggiunto: "Penso che dovrebbe aiutare perché riceve il 90 per cento del suo petrolio dallo Stretto e sarebbe troppo tardi aspettare una risposta fino al vertice, due settimane sono lunghe". Per questo, ha concluso, "potrei rinviarlo".
Mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent discute a Parigi con il vicepremier cinese He Lifeng i preparativi del summit, da Pechino è arrivata una risposta prudente. Il portavoce del ministero degli Esteri ha dichiarato che "la diplomazia tra capi di Stato ha un ruolo insostituibile nella guida delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, le due parti sono in comunicazione". Più critica la stampa vicina al governo. Come evidenziato dal Corriere, il quotidiano Global Times ha scritto che gli Stati Uniti "ora vogliono condividere il rischio di una guerra che hanno cominciato e non sanno come finire", rimarcando che "affollare una rotta con navi da guerra di diverse nazioni non crea sicurezza, ma accende focolai, se una sola unità armata fosse colpita le conseguenze sfuggirebbero a ogni controllo".
La posizione ufficiale della Cina resta quella della "non ingerenza nelle questioni interne di altri Stati". Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Wang Yi ha ribadito che "mille navi non possono ottenere quello che si può raggiungere a un tavolo dei negoziati". Nonostante la diffidenza verso lo stile negoziale del capo della Casa Bianca – emblematico il fastidio per il ritardo statunitense nei preparativi del viaggio – la leadership cinese considera comunque importante preservare la tregua commerciale raggiunta nel 2025.
Un eventuale rinvio del vertice, ipotizzano alcuni osservatori, potrebbe risultare conveniente anche per Pechino: permetterebbe di attendere un possibile allentamento della crisi nel Golfo e di preparare l’incontro "senza distrazioni".