"I prossimi possiamo essere noi": la minaccia russa vista dal Baltico

Per le strade delle tre repubbliche baltiche si percepisce la guerra in Ucraina. Tra bandiere giallo-blu alle finestre e dolorosi ricordi sovietici ecco come è cambiata la quotidianità

Bandiera ucraina in Piazza della Libertà a Tallinn, Estonia (Foto: Alberto Bellotto)

Ricordo la solidarietà italiana, erano tutti molto gentili”. Tatiana ripercorre velocemente il racconto di quando ha lasciato l’Europa nel 1990. La grande Urss si stava liquefacendo, lei e il marito avevano ottenuto un permesso temporaneo per lasciare Odessa, in Ucraina, un via libera che gli avrebbe permesso di volare in America.

Oggi Tatiana, una distinta signora sobria ed elegante, è tornata a Riga, in Lettonia, senza il marito, per rivedere la città del suo viaggio di nozze fatto negli anni ’80, quando in Unione sovietica le possibilità di vacanza erano limitate al blocco socialista. “Abbiamo fatto scalo in Italia, il consolato ci ha aiutato prima di partire per l’America. Avevamo un permesso temporaneo, non potevamo portare con noi molto, pochi soldi e mio marito si era cucito i nostri diplomi nell’interno dei pantaloni per trovare lavoro”.

Oggi il mondo di Tatiana è cambiato, tutta la famiglia è in New Jersey, a Odessa è rimasto solo qualche vecchio amico. Incontro l'ex cittadina sovietica in uno di quei tour per turisti lungo le vie della capitale lettone. Il turismo, quello fatto di musei, guide e ristoranti, non è rimasto impermeabile alla storia e soprattutto alla guerra. Attraversare le repubbliche baltiche oggi vuol dire essere immersi negli effetti dell’operazione militare speciale lanciata da Putin il 24 febbraio 2022.

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Bandiere ucraine e messaggi anti-Putin sotto l'ambasciata russa di Tallinn (Foto: Alberto Bellotto)

Da Tallin, in Estonia, a Vilnius, in Lituania, le bandiere ucraine non mancano. Sono appese sulle facciate dei palazzi istituzionali, nei bar, su terrazzi e finestre. Nelle capitali di quelli che erano stati i satelliti dell’Unione sovietica si percepisce la vicinanza per Kiev e la mal celata insofferenza per Mosca. Uno dei manifesti di questa sofferenza è l'ambasciata russa di Tallinn, in Estonia, dove sono appesi manifesti anti russi, messaggi di solidarietà a Kiev e petizioni per chiedere a Nato e Ue di fare di più.

Rita, giovane e con un buon inglese, accompagna i turisti per le vie di Riga, tra cenni di storia medievale e consigli culinari parla di Ucraina, racconta delle bandiere: “Le mettiamo perché abbiamo paura di essere i prossimi”. Negli ultimi due secoli la Lettonia è stata nell’orbita di Mosca, con l’Impero russo prima e l’Urss poi. Fatto salvo un periodo di relativa indipendenza tra le due guerre mondiali.

Mio padre nel 1991 era tra coloro che alzarono le barricate per difendere il parlamento da un possibile colpo di coda dei russi. Si ricorda gli spari per le strade e gli attimi di tensione”. Oggi quella stagione rivive nelle bandiere gialle e blu. La bolla del turismo occidentale solitamente concentrata sull’eredità dei cavalieri teutonici e le palazzine in stile liberty, viene bucata dalla realtà.

Gli autobus di Vilnius accanto al nome del capolinea riportano la scritta Vilnius Love Ukraine. “Lì ha dormito il presidente Biden, là in fondo quello francese Emmanuel Macron”. Il giro barocco per le vie della capitale lituana diventa un tour all’ombra del vertice Nato di luglio, racconta la guida di Vilnius. Tra le repubbliche baltiche la Lituania è quella che ha ha pagato il prezzo più alto del giogo sovietico. Il museo di storia contemporanea ha un nome emblematico: museo delle vittime del genocidio. Una struttura inaugurata quasi subito, nel 1992, per ricordare la stagione delle deportazioni verso la Siberia.

Oggi davanti al palazzo presidenziale rimane una struttura con una doppia bandiera della Nato a ricordare l'incontro dell'Alleanza atlantica. Alleanza diventata l'ombrello tanto bramato dagli abitanti del Baltico. Non a caso sulla facciata del municipio cittadino c'è una targa che la guida turistica mostra con un certo orgoglio: "Lì ci sono incise le parole che George Bush pronunciò qui nel 2002: chiunque sceglierà la Lituania come un nemico si sceglierà come nemico gli Stati Uniti d'America".

C’è qualcuno che vorrebbe limitare un po’ gli aiuti e dedicare più energie nel nostro Paese, ma tutti siamo vicini al popolo ucraino”, racconta ancora Rita che poi tocca il tasto dei rapporti con Mosca. “Siamo il Paese con la minoranza russa più grande, sappiamo convivere ma dobbiamo fare in modo che tutti si riconoscano come lettoni. Per questo servono provvedimenti che limitino l’insegnamento del russo nelle scuole”. Dal 2019 Riga ha affatto una legge che limita la lingua russa nelle scuole. Prima della riforma anche materie come storia, matematica o geografia venivano condotte in russo, ma oggi devono tutte essere in lettone.

Per me scegliere come seconda lingua il russo era naturale”, racconta Toms, padre di un bimbo di 3 anni e guida a Riga. Spiega che da piccolo sentiva parlare il russo nel cortile di casa, qualche bambino con cui giocava lo parlava: “Oggi dobbiamo convivere come nazione lettone, se si condividono i valori poco importa se si parla russo o altro”. Toms racconta la storia dei palazzi liberty per le vie di Riga, un’eredità della rivoluzione industriale, risparmiata dalla guerra e soprattutto al brutalismo sovietico.

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Palazzo con bandiere ucraine nel centro di Vlilnius, Lituania (Foto di Alberto Bellotto)

Appartamenti che come tutta la città sono diventati il centro del braccio di ferro col comunismo. “Durante il periodo socialista tutti gli appartamenti qui venivano requisiti, trasformati in proprietà collettiva e ogni famiglia espropriata. Poi con il ritiro dei russi e la fine dell’utopia sovietica la legge è tornata a fare ordine: “Chi era in grado di dimostrare che uno specifico appartamento era stato proprietà della famiglia lo otteneva indietro. Diversi tedeschi, che avevano comprato dai sovietici case a buon mercato verso la fine dell’Urss”, racconta ancora Toms, “sono stati espropriati e molte case sono tornate nelle mani dei cittadini lettoni”.

Le strade delle capitali baltiche affiancano il supporto a Kiev con la voglia di lasciarsi alle spalle tutto ciò che era Russia. Tallinn ha costruito la sua immagine di città medievale, Riga si riflette sui palazzi in stile liberty e sul centro di matrice tedesca risalente al XVII secolo, Vilnius sull’eredità barocca delle sue chiese.

Racconti per turisti, racconti avulsi dal tempo, eppure anche le chiese sono diventate terreno di scontro. “Questa è la cattedrale della Natività di Cristo”, racconta Toms, una bellissima costruzione ortodossa nel cuore di Riga. La chiesa ortodossa lettone dipende dal Patriarcato di Mosca, da quel Cirillo I che ha appoggiato l’operazione speciale di Mosca. “Le autorità politiche vorrebbero porla sotto controllo, ma non è possibile”.

Per i tre Stati affacciati sul Baltico, nuovo crocevia delle tensioni globali, la guerra in Ucraina è stato un modo per diventare il centro della carta geografica, un modo per mostrare un orgoglio nazionale diventato ogni anno più forte.

Fino al 2014 hai mai pensato di tornare a Odessa?”, ha chiesto Toms a Tatiana, “E per fare cosa? Ormai lì non c’era più niente”. Un’amarezza che molti, lungo il Baltico, vogliono provare a superare.

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