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Leader, apparati, intervento straniero. Le tre incognite dell’equazione Iran

I nodi per la svolta. Opposizioni e gruppi etnici, la carta Pahlavi

Leader, apparati, intervento straniero. Le tre incognite dell’equazione Iran
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L'intelligence statunitense la chiama «equazione iraniana». E come ogni equazione ha le sue incognite. In questo caso almeno tre. La prima riguarda la capacità dell'opposizione di marciare sotto una guida unificata. La seconda la possibilità che almeno uno degli apparati di sicurezza iraniani si allinei con i dimostranti. La terza prende in considerazione le strutture da colpire in caso d'intervento. Ovvero se puntare alla testa del serpente eliminando Alì Khamenei e i suoi possibili successori o se colpire selettivamente le forze di sicurezza coinvolte nella repressione. Magari con l'intervento di droni a lungo raggio. Ben sapendo che la mancata risoluzione di una delle tre incognite rischia di mandare all'aria qualsiasi piano di ribaltamento del regime. E condannare a morte migliaia di oppositori.

Il perché è chiaro. Per sopravvivere alla repressione un'opposizione debole, disgregata e disarmata necessita non solo di un leader comune, ma anche d'essere affiancata da una o più unità delle forze di sicurezza pronte ad appoggiarla. E a garantirle l'accesso agli arsenali governativi. Ma senza un blitz mirato capace d'eliminare i capi del regime o le strutture militarmente più forti e più fedeli - come Pasdaran, Basiji e ministero dell'Intelligence - anche le forze di sicurezza passate dalla parte dei dimostranti rischierebbero di venir spazzate via.

Per risolvere la triplice incognita bisogna partire dall'analisi della protesta. Una protesta caratterizzata in passato dalle divisioni tra i cosiddetti «moderati», i sostenitori dell'assai delegittimato Mojaheddin Khalk e i gruppi armati legati alle minoranze etniche curde, arabe e baluce. In questo confuso patchwork i gruppi etnici e alcune cellule dei Mojahedin-e-Khalq erano le uniche a disporre di veri arsenali e di militanti armati e addestrati. La marginalità geografica dei gruppi armati etnici e la scarsa credibilità del Khalq non consentiva di usare quel potenziale militare nelle città e nei centri del potere. La differenza può farla, stavolta, il 65enne figlio dello Scià Reza Pahlavi. Mettendo fine a una sostanziale lontananza dallo scenario iraniano il figlio dello Scià ha iniziato qualche anno fa - grazie anche a un inedito appoggio statunitense - a invitare vertici di esercito e forze di polizia a mettersi in contatto con lui per condividere un piano d'azione in caso di insurrezione generalizzata.

Nonostante Donald Trump dichiari ufficialmente di non voler ancora incontrarlo - l'appoggio sotto traccia dell'intelligence Usa ha permesso all'erede dello Scià di conquistarsi la fiducia di alcuni settori dell'opposizione. Non a caso alle dichiarazioni di Trump su un possibile intervento americano è seguito il riecheggiare nelle piazze dell'urlo «Javid Shah» (lunga vita allo Scià), uno slogan mai ascoltato con tanta frequenza durante le dimostrazioni del 2009, 2019 e 2022. La novità più singolare è però la disponibilità dei dimostranti ad ascoltare un Reza Pahlevi che consiglia di rimanere uniti, formare cortei sufficientemente ampi per arrivare - alla fine - a strappare al regime il controllo dei centri cittadini. Mosse a cui potrebbe far seguito la discesa in campo delle unità di esercito e polizia in contatto con Reza Pahlavi.

A quel punto della rivolta l'amministrazione Trump potrebbe intervenire senza urtare la tradizionale suscettibilità nazionalista degli iraniani. Per garantirsi quest'equilibrio il Pentagono potrebbe colpire o la Suprema Guida Alì Khamenei, liquidato dalle piazze come lo Zahhak (il despota) oppure gli apparati coinvolti nella repressione.

A quel punto si aprirebbe però la quarta e più seria incognita. Ovvero capire se Reza Pahlavi, o qualcun altro, siano in grado di assumere il potere. O se la caduta degli ayatollah sia, invece, il preludio del caos già sperimentato in Afghanistan, Libia e Iraq.

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