Dopo oltre un mese di guerra, l'Iran continua a resistere. Nonostante una leadership decapitata, i raid contro basi e caserme di pasdaran e milizie Basij, il regime degli ayatollah resiste. Dietro questa resistenza non c'è solo un radicamento della rivoluzione in ogni anfratto dell'autorità statale, ma anche e soprattutto un'economia "della resistenza": un sistema complesso disegnato per resistere a conflitti, sanzioni e ostilità delle nazioni vicine.
Questa "economia della resistenza" è ciò che ancora oggi tiene in vita il Paese e soprattutto la rivoluzione del 1979. I puntelli sono variegati e riflettono le esperienze che il Paese ha affrontato negli ultimi quattro decenni, tra isolamento internazionale e guerre, come quella con il vicino Iraq che ha insanguinato gli anni Ottanta. In questo contesto, il Paese è stato abile a produrre quei beni che difficilmente riuscirebbe a importare, come prodotti farmaceutici, componenti per auto ed elettrodomestici.
Ovviamente questa "economia" non è fiorente come quella di un Paese in tempo di pace. Tra la fine del 2025 e l'inizio dell'anno, l'Iran è stato attraversato da violente proteste per il deteriorarsi dell'economia, colpita da un'inflazione superiore al 40%, dal crollo del tenore di vita e da un sistema fiaccato dalle sanzioni internazionali, oltre che dal calo del prezzo del petrolio e dalla gestione clientelare del potere politico. Nonostante questo, i 30 giorni di guerra lanciata da Stati Uniti e Israele non sembrano aver compromesso le fondamenta del sistema, anche se, avvertono diversi esperti, nel lungo periodo il Paese pagherà un costo molto alto.
La struttura decentrata
Un primo punto fondamentale per capire come funziona la macchina iraniana è che deve molto allo scià Mohammad Reza Pahlavi. L'Iran, infatti, ha una delle economie più diversificate e industrializzate di tutta la regione. Un tessuto che affonda le radici nel processo di modernizzazione lanciato da Pahlavi tra gli anni Sessanta e Settanta, quando l'obiettivo della monarchia era rendere il Paese moderno sullo stampo degli alleati occidentali. È in questo periodo che succedono due cose: vengono fondate industrie produttive importanti, come quella dell'acciaio (voce importantissima dell'export oltre a quella petrolifera, 7 miliardi solo nel 2025), e la popolazione viene urbanizzata con la creazione di grandi centri urbani.
A questo si aggiunge anche l'esperienza maturata durante il conflitto con Saddam Hussein, in particolare per quanto riguarda le centrali elettriche, che oggi sono dislocate in tutto il Paese in modo da rendere più difficile, e più dispendioso per il nemico, distruggerle. Come ha scritto il Financial Times, il regime teocratico è stato abile nel costruire la sua resistenza sulle basi gettate dallo scià. Nel corso degli anni, i dirigenti iraniani sono diventati abili nell'adattare la struttura dell'economia per eludere le sanzioni, creando anche rotte commerciali alternative. Djavad Salehi-Isfahani, economista iraniano presso il Virginia Tech, ha spiegato al Financial Times che l'industria del Paese è in grado di "passare con flessibilità dai beni importati a quelli nazionali".
Non solo petrolio
In questo contesto si capisce che il petrolio non è la sola fonte di sostentamento per il sistema economico iraniano. Secondo le stime degli esperti, Teheran è in grado di guadagnare fino a 2 miliardi di dollari al mese dalle esportazioni non petrolifere, come metalli, prodotti chimici e alimentari. In più, il regime è stato capace di costruire una sorta di rete di solidarietà globale che gli ha permesso di realizzare una forma di baratto geopolitico: petrolio in cambio di cibo e macchinari per l'industria.
A questo si sono aggiunte le accortezze dell'ultimo anno, avviate dopo la guerra dei 12 giorni contro Israele e i raid americani contro gli impianti nucleari. In vista di una possibile guerra, il presidente Masoud Pezeshkian ha dato ordine alle amministrazioni locali delle varie province di accelerare le importazioni in maniera autonoma, limitando gli ostacoli burocratici: un approccio che ha aumentato la resilienza del tessuto urbano e sociale agli choc economici. Questo ha lenito gli effetti autoindotti del blocco di Hormuz, perché ha tenuto in vita gli scambi commerciali via terra. È il caso dei collegamenti ferroviari con la Cina, ma anche dell'uso di scali portuali come quello di Chabahar.
Un'immagine di stabilità apparente
In tutto questo, fin dai primi raid il regime di Teheran ha fatto in modo di proiettare un'immagine di stabilità, per cercare di restituire ai cittadini l'idea che tutto continui in modo più o meno ordinato. Per il momento, gli scaffali dei supermercati sono forniti di prodotti freschi, tendenzialmente sempre disponibili. Ovviamente questa situazione, che mira a sterilizzare possibili proteste interne, non può durare per sempre. L'interruzione dello Stretto rende il Paese comunque vulnerabile. Anche se la Repubblica islamica produce l'80% del suo fabbisogno alimentare, rimane dipendente dall'estero per alcuni beni fondamentali, come il grano (comprato dalla Russia) e il riso (comprato dall'India). Non solo: il bestiame allevato nelle alture dipende da soia e mais importati dal Brasile.
Paradossalmente, la guerra ha congelato anche altri problemi, come la volatilità dei prezzi, rientrata dopo le settimane turbolente di inizio anno, e questo grazie al mercato valutario, che si è bloccato. In più, il governo, tra i maggiori datori di lavoro nei centri urbani, continua a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, inclusi i bonus. A tutto questo si aggiungono gli effetti dell'aumento del petrolio, che ha permesso a Teheran di continuare a esportare quote di greggio dal valore di 140 milioni di dollari al giorno.
Ovviamente questa "economia della resistenza" ha dei limiti profondi, perché presuppone che le infrastrutture civili restino in larga parte al sicuro.
Per il momento, l'amministrazione Trump ha congelato i possibili raid contro centrali elettriche e altri impianti, ma non è detto che la moratoria duri per sempre, in particolare se i tentativi di negoziato dovessero naufragare.