La vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan porta per la prima volta un musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Nel New Jersey, Adam Hamawy conquista un seggio alla Camera. Due risultati che danno visibilità nazionale a un fenomeno costruito negli anni: la crescita della rappresentanza musulmana e delle organizzazioni capaci di sostenerla, raccogliere risorse e influenzare il dibattito politico. Le elezioni di midterm segnano un passaggio importante di questo percorso. Per comprenderlo, però, bisogna andare oltre le biografie dei vincitori e seguire le associazioni, gli endorsement e i finanziamenti che attraversano il Paese.
I numeri aiutano a inquadrare la trasformazione. Secondo il rapporto pubblicato dal Pew Research Center nel settembre 2026, negli Stati Uniti vivono circa 5,5 milioni di musulmani, contro i 2,4 milioni stimati nel 2007. Una popolazione più che raddoppiata in meno di vent’anni, accompagnata dall’espansione dei luoghi di culto: circa 1.200 moschee nel 2000, quasi 2.800 nel 2020. È una crescita demografica e religiosa, che non coincide automaticamente con quella dell’islamismo. Il peso delle organizzazioni politiche va misurato attraverso la loro attività, non attribuendo a tutti i fedeli un unico orientamento.
La presenza nelle istituzioni, intanto, si è fatta capillare. Nell’agosto scorso il Council on American-Islamic Relations, CAIR, e l’organizzazione affiliata CAIR Action hanno censito 255 eletti musulmani in 26 Stati. Di questi, 98 siedono nei consigli locali e 63 negli organismi dell’istruzione; 110 sono donne. Una rilevazione che mostra dove si costruisce la rappresentanza: nelle amministrazioni cittadine, nelle scuole e negli incarichi territoriali, prima ancora che a Washington.
Il successo di Hamawy offre un esempio concreto del rapporto fra questa mobilitazione e le candidature nazionali. Chirurgo ed ex medico militare, impegnato nel 2024 in una missione umanitaria a Gaza, ha battuto il repubblicano Gregg Mele nel dodicesimo distretto del New Jersey. Nel suo programma figurano la sanità universale e la fine degli aiuti militari americani a Israele. Il suo nome compare nella lista ufficiale dei candidati sostenuti da CAIR Action NJ, che in queste elezioni ha espresso anche opposizioni esplicite ad altri contendenti, valutandone le posizioni sulla politica interna e sul Medio Oriente.
Il raggio d’azione arriva fino al Pacifico. A Los Angeles, il CAIR Action California ha sostenuto Nithya Raman nella sfida per il municipio. L’appoggio è riportato sul sito della candidata insieme a quello dei Democratic Socialists of America e di numerose organizzazioni sindacali e progressiste. Il collegamento fra le due coste, dunque, passa anzitutto da una struttura associativa che interviene in competizioni differenti, costruendo alleanze intorno a programmi e obiettivi condivisi.
Il Michigan aggiunge un elemento decisivo. El-Sayed ha sconfitto Mike Rogers dopo una campagna segnata da un duro scontro sui suoi sostenitori e sui presunti rapporti con la Fratellanza musulmana. Il democratico ha negato l’affiliazione, che le accuse pubbliche non hanno dimostrato. Sul piano economico, Fox News ha individuato oltre 115 mila dollari versati alla sua campagna da almeno 41 donatori con incarichi presenti o passati nel CAIR.
A queste donazioni si affianca l’attività dei comitati esterni. Secondo la ricostruzione dei rendiconti pubblicata da The Dispute Index, il CAIR Action ha versato a Unity & Justice Fund 75 mila dollari il 5 marzo e altri 100 mila il 20 luglio. Il 21 luglio Fighting for Michigan, comitato impegnato a sostenere El-Sayed, ha registrato un contributo di 175 mila dollari da Unity & Justice Fund. Sono rapporti finanziari rilevanti per ricostruire l’area del sostegno al candidato. Non provano, però, che gli stessi fondi abbiano attraversato tutti i passaggi, né documentano un pagamento diretto di un’organizzazione terroristica alla sua campagna.
Per capire perché il nome del CAIR ricorra nelle controversie sull’islamismo americano bisogna risalire alla storia dell’organizzazione. Nel rapporto The Muslim Brotherhood in America, pubblicato nel luglio 2025 dal Program on Extremism della George Washington University, Lorenzo Vidino ha posto l’accento sui rapporti dei fondatori con l’Islamic Association for Palestine e i documenti sul Palestine Committee emersi nel processo Holy Land Foundation. La ricerca ha ricostruito un ambiente di persone e organizzazioni dalle radici comuni, ma ha anche descritto l’evoluzione autonoma delle strutture americane e l’indebolimento dei collegamenti operativi con il Medio Oriente. Il CAIR ha contestato questa lettura delle proprie origini e della propria attività. Prima ha respinto i legami attribuiti con Hamas e con la Fratellanza musulmana, per poi rivendicare l’indipendenza da movimenti e governi esteri e ricordare di non essere mai stato incriminato.
E non mancano legami con l’Italia. Sul Giornale, lo scorso 10 giugno, vi abbiamo illustrato il dossier del ministero israeliano della Diaspora. Il rapporto individua nell’Ucoii, nei Giovani Musulmani d’Italia, nell’Istituto Bayan, nell’Alleanza Islamica d’Italia e nell’Associazione dei Palestinesi in Italia strutture riconducibili, con differenti rapporti, all’ambiente della Fratellanza e di Hamas. Secondo la ricostruzione, formazione, predicazione, attività politica e raccolta di risorse concorrono alla costruzione dell’influenza, anche attraverso finanziamenti provenienti dal Golfo.
Un provvedimento americano riguarda invece direttamente Mohammad Hannoun e l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese. Il 7 ottobre 2024 il Tesoro statunitense li ha sanzionati, accusando Hannoun di avere trasferito almeno quattro milioni di dollari a Hamas nell’arco di dieci anni attraverso un’attività presentata come umanitaria. Hannoun ha respinto le accuse.
L’elemento comune che emerge dalle campagne americane è la capacità organizzativa. Alla vigilia del voto, il CAIR aveva annunciato un programma di mobilitazione in dieci Stati, con fino a 750 mila messaggi agli elettori, pubblicità digitale e spot televisivi. Volumi programmati, non risultati già certificati, che mostrano comunque la dimensione dell’investimento. Con El-Sayed al Senato e Hamawy alla Camera, la rappresentanza musulmana acquista nuovi protagonisti. Il peso delle associazioni che intervengono nella politica richiede lo stesso esame riservato a ogni gruppo di pressione: chi finanzia, quali richieste avanza e quali impegni ottiene dagli eletti.
