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Missili di Teheran su Israele e Dubai. Il ricatto mondiale: "Chiuso Hormuz"

Colpite le basi Usa nel Golfo. Il blitz nello stretto: petrolio mondiale a rischio

Missili di Teheran su Israele e Dubai. Il ricatto mondiale: "Chiuso Hormuz"
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La furia degli ayatollah è immediata. Si scatena un paio di ore dopo l’inizio dei bombardamenti di Israele e degli Stati Uniti e molto prima della notizia della fine di Khamenei. Una rappresaglia a tutto campo che continua anche nella notte, con missili soprattutto su Tel Aviv - oltre 20 feriti - e Dubai. «Gli attacchi condotti contro l’Iran rappresentano una rinnovata aggressione americano-sionista», a cui le forze armate di Teheran «risponderanno con piena forza», promette a caldo una nota del ministero degli Esteri. Una ripicca ben attesa da Israele: il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva in precedenza firmato un’ordinanza speciale per imporre lo stato di emergenza speciale su tutto il territorio nazionale.
Teheran affida la risposta all’operazione Truth Promise 4: una pioggia di missili viene indirizzata su Israele, dove la popolazione viene invitata a raggiungere i rifugi. I sistemi di difesa aerea di Israele intercettano la gran parte dei missili ma a Tel Aviv sono ore da incubo, con molte esplosioni udite in vari quartieri della città. Teheran si accanisce anche sulle aree civili, con le orribili munizioni a grappolo sganciate dai missili su un’area densamente popolata e senza possibili obiettivi militari. «L’Iran ha agito con l’intento di massimizzare i danni ai civili israeliani. Dirigere attacchi contro civili costituisce un crimine di guerra», fa sapere l’esercito israeliano.
Ma la furia dell’Iran si scatena anche contro gli Usa. Il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein diventa un bersaglio: struttura danneggiata ma nessuna vittima. Sotto attacco anche le basi americane in Qatar e negli Emirati, oltre ai centri militari e di sicurezza nel cuore di Israele. Pochi danni ma il senso è dire: possiamo colpire anche noi. Diventano un bersaglio anche i proxy del Golfo. L’Arabia Saudita annuncia che missili iraniani sono piovuto sulla capitale Riad e sulla regione orientale del Paese e parla di «attacchi iraniani sfacciati e codardi». Quattro persone muoiono nel sud della Siria, una ad Abu Dhabi, mentre il Qatar esprime «forte condanna per l’attacco dei missili balistici iraniani» al Paese, che definisce «una palese violazione della sua sovranità nazionale», riservandosi «il pieno diritto di rispondere a questo attacco». Bombe anche sull’iconica isola artificiale Palm Jumeirah di Dubai, tra ville lussuose e resort a cinque stelle: testimonianze riferiscono di esplosioni e colonne di fumo, con quattro feriti.
E in serata arriva anche la ritorsione forse più temuta: la chiusura lo Stretto di Hormuz, una misura estrema che l’Iran ha spesso minacciato negli ultimi decenni ma alla fine non ha mai adottato e che propone, garantiscono gli analisti, «uno scenario da incubo per i mercati globali». Lo stretto è un corridoio vitale che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America, «uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo» secondo l’Energy information administration statunitense (Eia). Attraverso lo stretto passa circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno, e del gas naturale, prodotto principalmente dal Qatar. Risorse destinate per lo più ai mercati asiatici, ciò che fa della Cina il Paese più danneggiato dal lucchetto chiuso da Teheran.

Naturalmente anche per l’Iran questa scelta equivale a una sorta di suicidio commerciale ma è chiaro che in questo momento la necessità di fare pressione sulla comunità internazionale è più importante per Teheran degli interessi commerciali. Sono le logiche della nuova AnCu guerra. Benvenuti.

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