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Orbán-Magyar, sfida e accuse. Per l'Ue è il giorno del giudizio

II premier: "L'opposizione cospira per manipolare il voto". Il rivale: "Il suo è un potere vile". L'attesa di Bruxelles

Orbán-Magyar, sfida e accuse. Per l'Ue è il giorno del giudizio
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Il voto in Ungheria non ha il suono della chiamata alle urne, ma quello sordo di una resa dei conti. Alla vigilia delle elezioni parlamentari Viktor Orbán sceglie il registro più estremo della sua lunga stagione politica: accusa l'opposizione di aver «cospirato con servizi segreti stranieri», denuncia brogli «completamente inventati» e prefigura un clima di violenza e delegittimazione prima ancora che le urne si chiudano. Non è solo retorica elettorale: è la costruzione preventiva di un conflitto sulla legittimità del risultato.

Dall'altra parte Peter Magyar, l'uomo che in due anni ha trasformato il suo partito, Tisza, in un contendente credibile, guida i sondaggi e incarna una promessa ambigua: cambiamento, sì, ma senza rotture nette. Il suo consenso, stabilmente sopra il 40%, segnala che qualcosa si è incrinato nel sistema di potere costruito da Orbán in 16 anni. «La serie permanente

di frodi elettorali, crimini, azioni dei servizi segreti, disinformazione e fake news condotte dal partito statale, Fidesz, per mesi, non può cambiare il fatto che Tisza vincerà queste elezioni», spiega Magyar al proprio elettorato, smentendo la reintroduzione della circoscrizione militare obbligatoria e riunendo i suoi in piazza degli Eroi a Budapest per il maxi-concerto «Smantellare il regime». Orbán invece ringrazia Trump per averlo definito «patriota e leader coraggioso», scrivendo su Facebook che «l'Ungheria ha raccolto alleati seri in preparazione all'era del pericolo. Fidesz è la scelta sicura!».

Il dato più rivelatore arriva dai sondaggi meno appariscenti: non il consenso, ma l'esitazione. Se il 62% degli ungheresi voterebbe ancora per restare nell'Ue, cresce una zona grigia, il 17%, fatta di indecisione, stanchezza, sospetto. Non è euroscetticismo militante: è un lento logoramento della fiducia. Orbán non ha sfondato contro l'Europa, ma l'ha resa opaca. È qui che si gioca la vera partita. Non tanto tra Fidesz e Tisza, ma tra due idee di sovranità: quella conflittuale di Orbán, e quella più pragmatica, ma ancora indefinita, di Magyar.

A Bruxelles l'attesa è carica di inquietudine. Una vittoria di Orbán significherebbe la prosecuzione di una strategia fondata sul veto sistematico e sulla pressione interna all'Ue. Il recente blocco del prestito da 90 miliardi

di euro all'Ucraina è stato letto come l'ennesima dimostrazione di una politica che usa le regole europee per piegarle. Ma a proposito di regole, il governo ungherese, accusa Facebook di infrangerle, ostacolando la campagna elettorale di Orbán con algoritmi penalizzanti Al contrario, il trionfo di Magyar aprirebbe una fase di cauto ottimismo. Non una rivoluzione, ma un possibile riallineamento. Budapest potrebbe abbandonare l'uso sistematico del veto e cercare di sbloccare i fondi europei congelati (circa 17 miliardi su 27), intervenendo su stato di diritto e corruzione. Ma le ambiguità restano: su migrazione, Ucraina e diritti civili, Magyar non promette discontinuità radicali.

Aleggia inoltre un'altra ombra: quella della regolarità del voto. Bruxelles chiede un monitoraggio stringente e risposte rapide in caso di brogli.

Come spesso accade nelle democrazie stanche, il punto non è solo chi vincerà, ma come verrà accettata la vittoria. Orbán ha già tracciato la linea: se perderà, sarà perché il sistema è stato manipolato, in caso contrario la conferma della volontà popolare contro le ingerenze esterne. In entrambi i casi, il conflitto è pronto.

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