La ragione, rispetto al passato, stavolta è giusta.
Donald Trump non ha parlato di petrolio, né di dollari, le parole usate a proposito - e a sproposito motivando l’intervento in Venezuela. Sull’Iran ha pronunciato una frase condivisibile dalla parte del mondo che crede ancora nella democrazia: «Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo iraniano». Magari dietro i bombardamenti sugli ayatollah ci sono altri calcoli nella mente del presidente USA: la necessità di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dal caso Epstein, dalla bocciatura dei dazi e da una situazione economica che non soddisfa il 57% degli americani. Insomma, dai suoi guai. Ma se l’obiettivo più o meno primario - è quello di liberare il popolo iraniano da un regime teocratico sanguinario, che ha iniettato il virus del terrorismo islamico in tutto il Medio Oriente, ebbene, il tentativo (riuscito) di scalzare l’uomo nero Alì Khamenei e i suoi accoliti dal potere, è benemerito. Il mondo sarà migliore senza di loro. Qualcuno dirà, con qualche ragione, che l’operazione messa in piedi dagli USA e da Israele è contro il diritto internazionale, che la via maestra è quella della diplomazia. Tutto vero.
Purtroppo però nel presente l’unico linguaggio che tutti utilizzano e comprendono è quello della forza. L’ha usata Putin per privare il popolo ucraino dell’indipendenza e Kiev per difendersi, Hamas per vendetta contro i civili dei kibbutz e Israele per reagire, l’Iran e le sue propaggini per destabilizzare per mezzo secolo il Medio Oriente e Washington e Tel Aviv per renderlo sicuro. La forza, e la violenza, sono anche il «verbo» con cui i regimi tengono in piedi le loro dittature. È una realtà crudele che non ci piace, ma purtroppo è la realtà con cui bisogna fare i conti e che non può essere esorcizzata solo con la retorica. Lo hanno capito a loro spese i giovani iraniani che hanno pagato il loro anelito per la libertà penzolando impiccati dalle gru degli ayatollah.
Cifre che fanno rabbrividire: trentamila.