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Pragmatismo a tutto campo: "America first"

La sua unica legge l'economia. Il disordine globale la sua forza

Pragmatismo a tutto campo: "America first"
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Di fronte alla dirompente traiettoria della politica estera di Donald Trump, gran parte dell'establishment diplomatico internazionale sembra essere caduta vittima di una persistente dissonanza cognitiva. Analisti e governi hanno derubricato, e continuano a derubricare, i suoi comizi a iperboli elettorali e i suoi documenti di indirizzo a meri slogan per la base.

Spesso, i governi che hanno condiviso con il Partito Repubblicano una certa affinità ideologica, hanno commesso l'errore di scambiare la sintonia di un tempo per una garanzia di protezione economica o politica. Tuttavia, la realtà dei fatti rivela che Trump opera esclusivamente sul piano del realismo transazionale.

Se l'amministrazione Trump appare pronta a mettere in difficoltà anche i propri sostenitori internazionali, non è per un'erratica gestione del potere, ma per una fedeltà ferrea al suo unico mandato: l'estrazione di valore a favore della classe media americana. In questo schema, la vicinanza politica è un orpello irrilevante di fronte alla bilancia commerciale e alla spesa per la difesa. Non si tratta di guastare inconsapevolmente i rapporti, ma di comportarsi come un competitore sovrano che ha smesso di offrire sconti ideologici.

A differenza di alcuni dei suoi predecessori, Trump non mira neppure a sostituire il vecchio ordine multilaterale con uno nuovo. Il suo obiettivo non è la riforma, ma l'arroccamento. Nella sua visione, un livello controllato di disordine internazionale è un vantaggio tattico piuttosto che un fallimento della leadership americana.

In un sistema di regole certe e istituzioni multilaterali, gli Stati Uniti sono vincolati da obblighi che Trump ritiene asimmetrici e svantaggiosi. Al contrario, in un mondo frammentato e privo di arbitri, la forza bruta dell'economia e della coercizione tariffaria americana diventa l'unica legge efficace. Il caos indebolisce le strutture collettive, costringendo i singoli attori a negoziare bilateralmente con Washington da una posizione di fragilità. È la transizione definitiva dal ruolo di «Garante Globale» a quello di «Fortezza America» nell'ambito di una visione in cui gli Stati Uniti non hanno nemici e non hanno amici ma solo interessi persistenti.

Il punto è che ci siamo sentiti costretti a non prendere sul serio Trump perché l'alternativa, accettare che il perno dell'ordine mondiale ne sia diventato il demolitore, è troppo destabilizzante. Preferiamo parlare di una sua imprevedibilità per non ammettere che

il sistema internazionale degli ultimi trent'anni è con il suo avvento entrato in una fase di rigetto da parte della sua stessa potenza guida. Trump agisce come un agente di entropia. In un sistema internazionale che favorisce lo svuotamento industriale dell'America profonda, Trump opera in modo incendiario. Il suo obiettivo è di permettere agli Stati Uniti di agire senza alcun vincolo all'interno di una comunità internazionale che considera sostanzialmente come un peso morto.

L'illusione che Trump possa essere contenuto al punto da premiare i suoi alleati in virtù di comuni radici politiche è l'ultimo sussulto di un mondo che non esiste più.

Per i partner internazionali, continuare a soffrire di questa incapacità interpretativa, sperando in deroghe basate su di una presunta vecchia affinità, non è una posizione analitica valida. È tempo di riconoscere che il disordine non è l'errore della strategia di Trump, ma il suo obiettivo più razionale, coerente e, dal suo punto di vista, necessario.

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