Il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin durante il summit di Pechino, successivo all'incontro tra Xi e il presidente Trump, hanno stretto ulteriormente i legami strategici e il crescente interscambio commerciale nel settore energetico tra Russia e Cina.
Putin e Xi hanno supervisionato la firma di oltre 40 accordi di cooperazione in settori quali commercio, tecnologia e scambi mediatici. La visita di Stato di due giorni di Putin ha segnato il suo 25esimo viaggio in Cina e i due leader hanno avviato una “nuova fase” del trattato di amicizia bilaterale impegnandosi a collaborare per un ordine mondiale più giusto ed equo.
Uniti verso il multipolarismo?
Putin ha affermato che le relazioni tra Russia e Cina hanno raggiunto un “livello senza precedenti” grazie agli sforzi congiunti di entrambe le parti, caratterizzate da stretti scambi ad alto livello e da una forte fiducia politica reciproca. Xi ha esortato entrambe le parti ad approfondire il coordinamento multilaterale, a rafforzare la cooperazione nelle piattaforme multilaterali, a sostenere con fermezza l'ordine internazionale postbellico e l'autorità del diritto internazionale, a unire il Sud del mondo e a guidare la riforma del sistema di governance globale nella giusta direzione.
Entrambi hanno anche rilasciato una dichiarazione congiunta a sostegno di un mondo multipolare e di un nuovo tipo di relazioni internazionali, che si potrebbe spiegare con le parole del leader russo, quando ha affermato che la cooperazione tra Cina e Russia in politica estera è “uno dei principali fattori di stabilizzazione sulla scena internazionale”, precisando che “nell'attuale situazione di tensione sulla scena internazionale, la nostra stretta collaborazione è particolarmente necessaria”.
Xi, da questo punto di vista, ha anche ribadito le critiche all'”unilateralismo e all'egemonismo”, in quello che sembrava un velato riferimento alle azioni degli Stati Uniti, aggiungendo che “il mondo corre il rischio di tornare alla legge della giungla”.
Quello che sta uscendo dall'incontro al vertice, sembrerebbe il proseguimento dell'amicizia “senza limiti” stipulata nel 2022, all'indomani dell'avvio dell'invasione russa dell'Ucraina: i due leader più volte si sono riferiti reciprocamente col termine “amico” durante i colloqui ufficiali, ma l'amicizia tra Russia e Cina, oltre a non essere sincera perché dettata da contingenze di politica internazionale, è anche fortemente sbilanciata in favore del Dragone.
Un’amicizia di interesse solo di facciata
Innanzitutto l'amicizia “illimitata” tra Mosca e Pechino nasce proprio con la guerra in Ucraina e con l'isolamento in cui si è trovata la Russia: i due Paesi hanno trovato terreno comune solo nell'opposizione alle politiche statunitensi con la volontà di ridisegnare il sistema politico internazionale verso un multipolarismo che possa porre termine all'egemonia globale Usa.
La Russia però è partita da una posizione di svantaggio proprio per via della necessità di trovare un partner capace di assorbire la sua produzione di idrocarburi e di fornire componenti essenziali per la sua economia, una volta chiuse le porte di quella occidentale.
Pechino da questo punto di vista ha supportato Mosca, vendendo componenti high tech per l'industria russa (anche e soprattutto bellica) e acquistando petrolio e gas russi, ma alle proprie condizioni, che sono al di sotto di quelle di mercato.
Proprio quest'ultimo punto di vista, quello della compravendita di gas russo, è altamente indicativo dei reali rapporti di forza di questa “amicizia”. Non si sono infatti registrati progressi tangibili sul progetto del gasdotto Power of Siberia 2, che la Russia ha promosso per incrementare le esportazioni verso la Cina, e questo nonostante le esportazioni di petrolio russo verso la Cina siano cresciute del 35% nel primo trimestre del 2026, e nonostante la Russia sia uno dei maggiori esportatori di gas naturale verso la Cina.
Il primo risultato tangibile di questo fallimento putiniano è stato il crollo quasi istantaneo di Gazprom alla borsa di Mosca, dove ha perso il 3,5% mandando in fumo quasi 2 miliardi di dollari. Come spesso accade nel mercato degli idrocarburi, il prezzo viene regolato dalla domanda ma anche l'offerta ha il suo peso, e Xi sa benissimo che la Russia deve assolutamente vendere il suo gas per poter mantenere l'economia nazionale – ormai quasi “di guerra” - se vuole calmierare il dissenso serpeggiante che per la prima volta sta emergendo dal 2022.
La Cina vorrebbe gas a un prezzo molto inferiore rispetto a quello del mercato, perché il leader cinese sa benissimo che Putin anche da questo punto di vista non ha il coltello dalla parte del manico dopo anche l'India si è fatta cauta andando a cercare fornitori di idrocarburi non esposti al rischio sanzionatorio cedendo alle pressioni statunitensi.
Il leader russo, inoltre, deve far sapere ai suoi connazionali e al mondo non allineato che la Russia gode del sostegno della Cina in termini di acquisto di petrolio e gas e di altri tipi di supporto finanziario, sia tangibile che intangibile, e a Pechino lo sanno.
L'amicizia “senza limiti” russo-cinese è quindi più un “matrimonio di convenienza”, e non potrebbe essere altrimenti visto lo storico delle relazioni tra i due Paesi e le attuali criticità che li dividono.
Tralasciando la rottura sino-sovietica del 1961, che portò a scontri armati nel 1969 lungo il confine dell'Amur, è proprio quella regione a essere guardata con preoccupazione da Mosca e con vivo interesse da Pechino.
La Siberia orientale e la Manciuria Esterna, entrate a far parte dell'impero russo a metà del 19esimo secolo, sono enormi regioni pressoché disabitate, e in particolare la Cina contemporanea sta rinnovando le sue rivendicazioni territoriali in tutta quella sterminata regione russa dell'Amur che un tempo faceva parte dell'impero cinese.
Più ancora, Pechino – anche grazie al trattato di “amicizia” russo-cinese, sta invitando i propri cittadini a stabilirsi in tutta quella parte di Russia con la speranza, nemmeno troppo velata, di poterla rivendicare per sé quando la popolazione di origine cinese sarà numerosa e radicata stabilmente.
A Mosca sanno di queste rivendicazioni territoriali, come sanno che le carte geografiche cinesi di quella regione mostrano i vecchi nomi imperiali e non quelli russi, e guardano con malcelata preoccupazione al proprio est geografico, al punto che la stessa intelligence russa (l'FSB) è sempre più preoccupata per l'attività crescente di spionaggio cinese nonostante i legami formali tra i due Stati, al punto da definirla “ostile”.