Giovedì, il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato il primo avvertimento durante il vertice con il presidente Donald Trump, ribadendo che la rivendicazione di Pechino sull'isola di Taiwan rimane “la questione più importante” nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti.
“Se gestita correttamente, la relazione tra i due Paesi può rimanere complessivamente stabile. In caso contrario, i due Paesi si scontreranno o addirittura entreranno in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa”, ha affermato Xi, secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri cinese. “Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e a creare una nuova normalizzazione delle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di promuovere il benessere dei popoli dei nostri due Paesi e il futuro destino dell'umanità, e di creare insieme un futuro migliore per le relazioni bilaterali”, ha affermato Xi nel suo discorso di apertura.
Che cos’è la trappola di Tucidide
Il termine “trappola di Tucidide” si riferisce a una teoria che descrive le pericolose tensioni che possono emergere quando una potenza globale in ascesa sfida una potenza dominante già consolidata. L'idea è stata resa popolare dal politologo americano Graham Allison, che l'ha utilizzata per spiegare la crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti. Allison ha basato la teoria sugli scritti dello storico greco Tucidide, che analizzò la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta più di 2000 anni fa. Tucidide sostenne, in una sua celebre affermazione, che fu “l'ascesa di Atene e la paura che questa instillò in Sparta” a rendere la guerra inevitabile. Nella geopolitica moderna, molti analisti utilizzano questa teoria per spiegare i timori che gli Stati Uniti possano percepire la rapida ascesa economica e militare della Cina come una minaccia strategica.
L'esortazione di Xi Jinping a superare la “trappola di Tucidide” significa proprio l'invito a non temere l'ascesa della Cina come potenza globale, evitando di considerarla un avversario sistemico e perfino un pericolo per la sicurezza statunitense, come emerso dai più recenti documenti dell'intelligence Usa.
Xi vorrebbe quindi una coesistenza stabile, in modo che entrambe le potenze possano prosperare, ma è la questione taiwanese a mettere in bilico questo equilibrio in fieri, e proprio la pretesa cinese di ineluttabilità dell'unificazione con Taiwan, da raggiungere in qualsiasi modo, trasforma totalmente la lettura delle parole del leader di Pechino.
Non un invito ma una minaccia
L'invito a evitare lo scontro suona come una minaccia nemmeno tanto velata a non interferire se si considera che la questione taiwanese per la Cina resta “la più importante” dell'agenda di Xi Jinping e del Politburo, e il non intervento statunitense è proprio quello che sperano i massimi leader militari e politici cinesi in caso che Pechino opti per la soluzione armata.
La speranza però non è però riposta sul fato, ma su un preciso calcolo politico e militare. La Cina, negli ultimi due decenni, ha intrapreso un'importante campagna di riarmo che l'ha fatta rapidamente salire in graduatoria tra le potenze globali. Una campagna che ha puntato sia sul numero, con una marina da guerra diventata la più grande del mondo, sia sulla qualità, con nuove innovazioni come missili ipersonici, armi a energia diretta, droni autonomi e ricerca avanzata nel campo dell'intelligenza artificiale.
Lo scopo è stato quello di far diventare il Pla (People's Liberation Army) una forza di primo livello capace di fungere da deterrente efficace. A livello politico, Xi e le massime cariche del partito credono che gli Stati Uniti di Trump non intendano impegnarsi nella difesa di Taiwan al punto di entrare direttamente in guerra, sia per l'atteggiamento mercantilista esasperato del presidente Trump, sia perché in questo momento storico le forze armate statunitensi sono in affanno in diversi settori, a cominciare dalla cantieristica navale e dalla produzione di munizionamento. Il conflitto in Iran, e prima ancora il sostegno Usa all'Ucraina, hanno evidenziato molte carenze in questo senso, mentre le difficoltà della cantieristica, così come del settore aeronautico, si trascinano da decenni per scellerate politiche di disarmo.
In buona sostanza, la Cina, qualora dovesse ricorrere a un'invasione o blocco marittimo per conquistare Taiwan, ritiene che gli Stati Uniti saranno costretti a guardare altrove (anche per una sorta di sentimento imbelle), senza impegnarsi direttamente ma, tutt'al più, cercheranno di inviare armamenti e aiuti come hanno fatto per l'Ucraina. Aiuti che comunque la Cina sarebbe in grado di intercettare per mere questioni geografiche e di capacità militari.
Washington, sotto questa presidenza, potrebbe davvero pensare che non valga la pena difendere Taiwan a ogni costo, e il disaccoppiamento avviato su alcuni beni essenziali come i microchip ad alte prestazioni potrebbe portarla a effettuare questo calcolo cinico.
Fumo negli occhi
Il presidente Trump e la delegazione – composta anche da molti top manager dell'industria tecnologica Usa – sono stati accolti in pompa magna da Xi: parate, bandiere e sontuosi festeggiamenti. Il leader statunitense ha affermato che “è fantastico, un posto fantastico. Incredibile. La Cina è bellissima” accanto al suo omologo cinese, ma il sottofondo è inquietante se consideriamo che i cinesi hanno profondamente studiato il personaggio e sanno che imposta la politica su basi personali, e su come viene accolto.
Ancora più inquietante se si pensa che la nuova amministrazione Usa ha silurato molte figure dell'establishment e dell'intelligence che avrebbero potuto consigliare su come trattare con la Cina, anche in considerazione delle difficoltà praticamente insormontabili trovate dai servizi di informazione a penetrare negli ambienti cinesi per via del grande lavoro di controspionaggio fatto dalla gestione Xi.
Il vertice quindi, al di là delle parole di circostanza e dei facili entusiasmi di
facciata di Trump, non sembra affatto foriero di buone notizie, e intanto gli Stati Uniti stanno continuando ad aumentare la loro presenza militare nel Pacifico occidentale, preparandosi per la peggiore delle possibilità.