Leggi il settimanale

"Una Trump Tower a Copenaghen per evitare la crisi per la Groenlandia"

Intanto il ministero della Difesa di Copenaghen dichiara che la Danimarca è pronta ad attaccare gli Usa in caso di invasione

"Una Trump Tower a Copenaghen per evitare la crisi per la Groenlandia"

Una teoria degli anni Novanta potrebbe essere la chiave per scongiurare un disastroso confronto militare tra Stati Uniti e Danimarca per il controllo della Groenlandia. Ad esporla in queste ore è Jim Geraghty, editorialista del Washington Post che rispolvera la cosiddetta "dottrina dell'arco d'oro", secondo la quale due Paesi con un McDonald's non potrebbero mai farsi la guerra, riadattandola alla crisi senza precedenti in corso tra i due partner della Nato.

Una curiosa teoria

Geraghty parte dalla celebre teoria formulata nel 1996 dal giornalista Thomas Friedman ricordando che essa si basava sul fatto che una nazione aperta alla cultura americana fosse così inserita nell'economia globale (e la sua popolazione così prospera) da non avere interesse a condurre aggressioni militari. Una visione dei rapporti tra Stati che sembrava avere senso in un'epoca in cui si parlava di "fine della storia" e di un "appiattimento della terra". Essa, ricorda il commentatore del quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, non ha però retto a lungo. A partire dal 1999, quando l'Alleanza Atlantica bombardò la Serbia - nonostante McDonald's fosse presente a Belgrado - per proseguire poi con la Georgia nel 2008 e l'Ucraina nel 2014.

Insomma, la presenza di un McDonald's non è una garanzia contro l'invasione o i bombardamenti da parte di un altro Paese che ne ha uno ma forse, prosegue l'editorialista nel suo ragionamento, è giunto il momento di una nuova teoria. Più adatta all'epoca dell'attuale inquilino della Casa Bianca. "Consideriamo che non ci siamo mai stati due Paesi con una proprietà a marchio Trump che abbiano combattuto una guerra contro l'altro", scrive Geraghty, che cita l'esempio del Trump International Golf Club in arrivo a Doha, in Qatar. Appena nel 2018, al tempo del suo primo mandato, The Donald definiva lo Stato mediorientale come un "finanziatore del terrorismo ad altissimi livelli". Andando veloce al 2026, le minacce velate dirette al Qatar sono sparite sostituite da un impegno a garantirne la sicurezza da parte del presidente Usa.

"La guerra è dannosa per gli affari e spaventa i golfisti", riassume il commentatore del Washington Post che riporta come, dati alla mano, le attività dell'attuale inquilino della Casa Bianca siano affiliate a 23 progetti a marchio Trump in 17 Paesi. Tra questi, oltre al Qatar, l'Arabia Saudita, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi Uniti, l'India, l'Oman, la Turchia e il Vietnam. Progetti che richiedono l'approvazione dei governi nazionali i quali, una volta dato il via libera, entrano a far parte di una vera e propria "coalizione Trump".

Le preoccupazioni per i conflitti d'interesse sollevati dagli accordi tra i vari Stati e il miliardario sembrano passare in secondo piano se si considera che quest'ultimo cercherà di impedire lo scoppio di conflitti che potrebbero danneggiare i suoi affari. Ed è qui che entra in gioco la Groenlandia. Non c'è bisogno che il primo ministro danese sostenga che gli Stati Uniti non abbiano basi legali per annettere la Groenlandia, scrive Geraghty che, invece, ritiene che per fare dimenticare all'amministrazione repubblicana i suoi sogni di conquiste territoriali basterebbe annunciare i piani per una Trump Tower, o un qualsisi altro progetto economico (strip club incluso), a Copenaghen.

Le "rassicurazioni" di Rubio

Intanto, il ministero della Difesa della Danimarca ha confermato oggi che, in base alle regole d'ingaggio in vigore dal 1952, se gli Stati Uniti invaderanno la Groenlandia, i soldati danesi saranno tenuti prima ad aprire il fuoco e poi "a fare domande". Il quotidiano danese Berlingske riferisce che, in base a tali disposizioni, "le forze attaccate devono immediatamente entrare in combattinento senza attendere o chiedere ordini, anche se i comandanti in questione non sono a conoscenza della dichiarazione di guerra o dello stato di guerra".

Stando poi a quanto rivelato da persone a conoscenza delle discussioni al Wall Street Journal, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato ai legislatori che le recenti minacce di Trump contro la Groenlandia non indicano un'invasione imminente. Rubio avrebbe invece spiegato che l'obbiettivo della Casa Bianca sia acquistare l'isola dalla Danimarca. Le affermazioni del capo della diplomazia Usa sarebbero state pronunciate durante un briefing a porte chiuse con la leadership del Congresso.

Anche il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha detto di avere avuto un colloquio con Rubio, il quale "ha escluso che si possa immaginare che in Groenlandia si verifichi ciò che è appena accaduto in Venezuela".

Barrot ha poi aggiunto che un intervento militare americano rimane "fiction politica" e che "non avrebbe assolutamente senso per un paese della Nato attaccare un altro paese della Nato" e "sarebbe assolutamente contrario agli interessi degli Stati Uniti". Barrot ha infine sottolineato che "la Groenlandia non è in vendita. Appartiene ai groenlandesi e il suo futuro sarà definito nell'accordo tra le autorità della Groenlandia e della Danimarca".

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica