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“Truth non è mai stato così popolare”. Chi c’è dietro la strategia social di Trump

Il vero motore della comunicazione social del presidente Usa sarebbe la sua assistente Natalie Harp già nota per il suo soprannome: “la stampante umana”

“Truth non è mai stato così popolare”. Chi c’è dietro la strategia social di Trump

Immaginare un Donald Trump senza accesso ai social è impossibile (non che non ci abbiano già provato). Sin dalla sua candidatura alle elezioni del 2016 la comunicazione politica del tycoon è passata attraverso Twitter (prima che cambiasse nome e proprietà) e poi Truth diffondendo e amplificando a dismisura nella “Magasfera” messaggi e meme. Poco importa che tale strumento nato, sulla carta, per creare connessioni venga usato sempre più dal capo della Casa Bianca per dividere, dall’attacco al Papa alle minacce contro i Paesi Nato, o per rendere note anticipazioni, non del tutto affidabili, sull’andamento di trattative diplomatiche (vedi alla voce Iran), che un tempo sarebbero state cautamente maneggiate tra alti funzionari del 1600 di Pennsylvania Avenue e di Foggy Bottom.

Con Trump al potere, la democrazia Usa, o almeno il suo potere esecutivo, è una casa di vetro - sebbene i critici contestino una certa opacità degli accordi e progetti approvati da Potus - e gli americani, ma non solo, possono sapere in tempo reale cosa passa per la testa del loro commander in chief. Non che sia però facile stare dietro al diluvio di post che The Donald pubblica sul suo social Truth. Soprattutto quando sul Potomac cala la sera. Ad analizzare l’incontinenza dei cinguettii del presidente americano ci ha pensato il Wall Street Journal, che ha conteggiato, dal ritorno di Trump a Washington, ben 44 nottate, tra le 20:00 e le 06:00, nel corso delle quali il tycoon ha postato decine di messaggi dai contenuti più disparati.

Il picco dell’attività social del capo della Casa Bianca è stato raggiunto il 1° dicembre scorso quando Trump dalle 20:17 a poco prima di mezzanotte ha pubblicato quasi 160 post. L’episodio più recente si è verificato invece lunedì scorso quando l’account su Truth del leader Usa ha sfornato 55 post, per lo più, sottolinea il quotidiano finanziario, ripubblicati da altri utenti che sostengono che le elezioni del 2020 siano state truccate, che i democratici dovrebbero essere incriminati e che Barack Obama debba essere arrestato. Il tutto mentre nelle stesse ore l’autore del libro L’arte di fare affari si preparava al suo incontro con Xi Jinping, in corso in queste ore a Pechino.

Il Wall Street Journal ha ricordato che dall’inizio del suo secondo mandato l’account Truth del presidente americano è passato da 8,6 milioni di follower a 12,6 milioni e ha calcolato che, con l’aiuto del suo staff, il tycoon ha pubblicato almeno 8800 post. Come anticipato, i messaggi notturni di Trump contengono spesso le sue bordate più aspre e divisive e danno spazio a profili di utenti oscuri e anonimi. La maggior parte dei post in questione, trasposti al tempo di altre presidenze, sarebbero costati carissimo (provate per un attimo ad immaginare Ronald Reagan che dichiara che la Somalia non è una nazione ma “solo gente che va in giro ad uccidersi a vicenda”). E invece le sortite notturne dell’attuale inquilino della Casa Bianca - lo stesso che un tempo affermò che avrebbe potuto sparare in mezzo alla Fifth Avenue senza conseguenze - non ricevono un’analisi approfondita e scompaiono nella cascata di contenuti riversati sull’account del tycoon.

Ma davvero tutti i post sono farina del sacco di The Donald? Sempre secondo il Wall Street Journal, il vero motore dietro i messaggi del capo Maga sarebbe Natalie Harp, assistente esecutiva di Potus, già da tempo ribattezzata “stampante umana” perché in ogni momento porta con sé una printer portatile per stampare documenti che Trump preferisce leggere su carta. Harp presenterebbe al presidente pile di bozze stampate di post, molte appunto provenienti da altri account, da approvare per i social media.

L’assistente del repubblicano accede dunque all’account del miliardario, a volte anche al di fuori del normale orario di lavoro, e pubblica una serie di messaggi dopo aver ricevuto il via libera da parte di Potus. Altri contenuti vengono invece pubblicati direttamente dallo stesso Trump, il quale approva ogni singolo post. Sarebbe stata Harp, su indicazione del tycoon, a postare un video con immagini razziste raffiguranti Barack e Michelle Obama o Trump in versione Gesù.

Non tutti all’interno dell’amministrazione Usa gradirebbero l’operato della “stampante umana” e il fatto che la giovane assistente non condivida le bozze dei messaggi con l’ufficio del capo di gabinetto, con gli addetti alla comunicazione o con i funzionari della sicurezza nazionale. Harp non si cura delle critiche e avrebbe dichiarato di lavorare per Trump e di ascoltare solo lui.

A difendere la strategia social del commander in chief ci ha pensato intanto il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, che ha dichiarato che “Truth non è mai stato così popolare, e questo perché il presidente Trump offre al popolo americano i suoi pensieri senza filtri e in modo diretto, senza che i media di parte lo decontestualizzino”. “Non divulghiamo i dettagli interni del funzionamento del processo”, ha proseguito Cheung aggiungendo che “nessun altro strumento sui social media si è dimostrato più efficace di Truth”.

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