Sostenere che il vero vincitore dell'incontro tra Xi Jinping e Donald Trump sia il presidente degli Stati Uniti può sembrare parziale e prematuro, ma vi sono almeno cinque elementi che rendono questa interpretazione tutt'altro che incoerente.
Il primo riguarda il fatto che il vertice abbia avuto luogo nei termini desiderati da Washington. Negli ultimi tempi, la leadership cinese aveva irrigidito la propria postura, trasmettendo l'immagine di una Cina non più disposta a negoziare sotto pressione. Eppure Pechino ha accettato un incontro ad altissimo profilo mentre gli Stati Uniti mantenevano dazi e restrizioni tecnologiche. L'agenda è stata inoltre costruita attorno alle priorità americane: Iran, terre rare e stabilizzazione commerciale, e non attorno a quelle cinesi: Taiwan, riduzione delle restrizioni tecnologiche e riconoscimento come interlocutore paritario permanente. Questo significa che, almeno implicitamente, Pechino riconosce di non poter sostenere una fase prolungata di deterioramento dei rapporti con Washington.
Il secondo elemento è prettamente economico. Trump ha imposto la riapertura degli acquisti di aerei Boeing, di soia, di gas naturale liquefatto e della cooperazione sul fentanyl. Emblematico il caso delle terre rare: il blocco cinese alle esportazioni aveva fatto tremare il sistema industriale statunitense, ma i prezzi stellari che ne sono seguiti hanno accelerato la diversificazione americana. Trump ha infatti risposto con un piano da 12 miliardi per costruire nuove e indipendenti riserve strategiche. Pechino, con le terre rare, ha giocato la sua carta migliore e Washington l'ha trasformata in un'opportunità strutturale.
Vi è poi una dimensione psicologica e simbolica. Trump costruisce la propria forza politica soprattutto sulla percezione di dominio. In politica internazionale spesso conta meno il dettaglio degli accordi e più l'impressione pubblica che si riesce a produrre. Le immagini del ricevimento solenne, il tono cordiale del summit e la disponibilità cinese a enfatizzare la relazione personale tra i due leader hanno alimentato quell'immagine d'interlocutore imprescindibile che Trump ha sempre voluto dare di sé.
Inoltre, Trump ha portato i principali CEO tecnologici americani a sedersi al tavolo cinese. È Xi li ha dovuti accogliere nella Grande Sala del Popolo, dichiarando che la Cina è pronta ad aprire sempre di più le porte alle imprese americane. È la Cina che chiede di essere inserita nei piani industriali americani, non il contrario.
Infine, vi è un elemento strategico più profondo. La Cina è apparsa costretta sulla difensiva, tanto che dai colloqui sono state espunte le questioni più spinose, a partire da Taiwan.
Gli Stati Uniti hanno così mantenuto la propria politica di ambiguità strategica nei confronti di Taiwan, che storicamente è la posizione più forte, senza cedere nulla di concreto, e questo nonostante gli avvertimenti di Xi secondo i quali i due Paesi potrebbero «entrare in conflitto» se la questione venisse gestita male.